Documento programmatico

Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni Culturali.

Campagna sull’accesso alle professioni dei beni culturali, cosa chiediamo?

  • Rilancio del settore con maggiori investimenti, non solo dal punto di vista della quantità ma soprattutto per quanto riguarda la scelta del personale che vi opera, e la qualità del lavoro.
  • “Legge Madia” sul riconoscimento delle professioni: inclusione della componente studentesca nei tavoli in cui saranno decisi i requisiti per svolgere la professione.
  • Requisiti vincolanti: nessuna scappatoia (quali quelle che la Legge sembra prevedere) per chi non sia in possesso dei requisiti stessi.
  • I requisiti che vogliamo: Laurea Magistrale (o titolo equiparato) per essere professionista, Laurea Triennale con determinati CFU per essere collaboratore professionista.
  • Riduzione dei costi e fasciazione sulla base del reddito per tutti i corsi Post-Laurea che diano accesso ai gradi più alti delle professioni.
  • Riforma dei corsi di studio del settore: eliminazione di gravi disparità, maggiore omogeneità per quanto riguarda i corsi che diano accesso alla stessa professione, miglioramento della qualità dell’offerta formativa, corsi Magistrali meno slegati dal mondo esterno all’Università.

INTRODUZIONE

Parlare oggi di riformare il settore professionale e del piano degli investimenti nel campo dei Beni Culturali non significa stare a guardare un processo determinato in primo luogo dalle associazioni di categoria e dagli ambiti extra universitari, ma prendere parte come studenti, tirocinanti e futuri lavoratori alla costruzione del nostro futuro prossimo. È con questa premessa che, a partire dai percorsi aperti dalle organizzazioni studentesche Link – Coordinamento Universitario e Rete della Conoscenza, abbiamo iniziato ad occuparci della questione del rilancio del settore e soprattutto della redazione di criteri unici per la definizione delle categorie dei professionisti operanti nel settore, sulla scia dei vari movimenti che hanno portato all’approvazione della cosiddetta “Legge Madia” sul riconoscimento delle professioni dei Beni Culturali, di cui si tratterà nei seguenti paragrafi.

Sia la stampa che i media si stanno occupando in modo sempre crescente del preoccupante stato dei nostri Beni Culturali, ma sempre molto poco si parla delle cause profonde che hanno portato a questo stato di cose. Da tempo infatti si sente la necessità di un cambio radicale nelle politiche d’investimento e di una riorganizzazione normativa e amministrativa di questo settore ancora in via di definizione, premessa necessaria sia al suo sviluppo che all’incremento dell’impiego professionale. Per questo ciò che mettiamo in campo sono soluzioni propositive; non bastano più le campagne di denuncia, nelle quali pur ci siamo impegnati negli anni passati, servono idee precise e pratiche vincenti se vogliamo definirci parte attiva del processo decisionale e di rinnovamento in atto nel settore.

Da qui l’idea di una campagna forte, da portarsi avanti in ogni sede, che riapra in termini ampi il dibattito sul settore dei beni culturali, a partire dai suoi problemi reali: formazione, risorse e investimenti pubblici, accesso alla professione e condizioni lavorative. In questo documento sono affrontati i nostri primi punti programmatici, che rientrano in tre temi fondamentali, strettamente legati l’uno all’altro: la richiesta di maggiori e più mirati investimenti nel settore;  requisiti chiari, condivisi e vincolanti per l’esercizio delle professioni, che vadano a specificare la “Legge Madia”; e conseguente riforma e rinnovamento dei corsi di studio nelle discipline dei Beni Culturali (triennali e magistrali) sulla base di criteri comuni.

PERCHÉ E COME INVESTIRE NEI BENI CULTURALI

L’Italia è un Paese che per le sue vicende storiche e artistiche detiene un elevato potenziale per quanto attiene l’”industria turistico-culturale”, in costante crescita a livello globale, che può e deve diventare motore di sviluppo locale e nazionale. In un momento di crisi del modello economico tradizionale e di ricerca di strategie alternative più rispondenti alla vocazione economica dei singoli Stati, siamo convinti che una politica più lungimirante, pianificata e meglio finanziata nel settore dei Beni Culturali possa portare vantaggi economici al Paese. Ad esempio incrementando l’orario di apertura dei principali musei e siti archeologici nazionali attraverso l’assunzione maggior personale, e più qualificato, incrementando l’offerta culturale turistica con progetti di valorizzazione che contemplino l’impiego di personale specializzato, o attraverso la tutela costante e il restauro da parte di equipe di esperti assunti regolarmente che preservino dal degrado i nostri monumenti.

Ma il patrimonio culturale è chiaramente molto di più che un prodotto da vendere; e dalla mancanza di questa consapevolezza nasce il fallimento di tutte le politiche d’investimento mirate esclusivamente al profitto economico e di conseguenza alla gestione privatistica, manageriale e al ribasso che ha caratterizzato le scelte del Ministero dei Beni Culturali negli ultimi anni. Il patrimonio culturale esprime la memoria e la coscienza collettiva, civile e identitaria di un popolo attraverso ciò che rimane delle sue vicissitudini storiche e artistiche, regionali e nazionali; coscienza e conoscenza che deve essere fruibile a chiunque e conservata e trasmessa nonché incrementata attraverso lavori di ricerca di istituti nazionali ed esteri. I musei e i siti archeologici, nonché gli archivi e le biblioteche, prima che merce da scambiare per un ricavo giornaliero devono essere soprattutto centri di ricerca scientifica al servizio della collettività. Ne va della loro credibilità e del loro valore attrattivo ed anche economico; che valore avrebbe agli occhi del mondo il David di Michelangelo avendo perduto la memoria storica e il contesto che ne favorì la realizzazione? È quello che sta succedendo ai nostri Beni Culturali.

Per far tutto questo il patrimonio culturale deve essere gestito da professionisti, deve essere al centro degli investimenti per il futuro occupazionale di molti giovani studiosi del settore, deve essere compreso nelle politiche di rilancio dell’economia e dell’ Università, creando fruttuose collaborazioni tra Atenei, Ministero e realtà locali. La nostra non è solo una battaglia contro i luoghi comuni legati alla non redditività di questo settore ma è anche contro i limiti strutturali, infrastrutturali e politici che ne ostacolano lo sviluppo e che determinano il fatto che, nonostante l’alto numero di Beni Culturali e il costante lavoro che richiede la loro tutela e valorizzazione, sempre più esperti del settore migrano altrove o abbandonano il campo, stremati da rapporti di collaborazione precari e al ribasso, portando per il Paese una perdita difficile da quantificarsi.

L’ APPROVAZIONE DELLA “LEGGE MADIA”: NOVITÀ E CRITICHE

La cosiddetta “Legge Madia”, ufficialmente legge n.110 del 22 luglio 2014, approvata dal Senato in data 25 giugno 2014, introduce delle novità importanti per quanto riguarda il settore degli operatori dei Beni Culturali: per la prima volta, figure professionali quali archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici,esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell’arte vengono istituzionalmente e legalmente riconosciute a integrazione del Testo Unico del 2004 tramite un apposito articolo, il 9 bis.

Tuttavia, a più un anno di distanza dall’approvazione della Legge, non sono stati ancora redatti i decreti attuativi contenenti i criteri per la definizione dettagliata dei requisiti professionali di ogni categoria, elemento imprescindibile per decretare chi possa svolgere le suddette professioni e chi no, e per la realizzazione degli elenchi nazionali istituiti dalla legge in questione.

La Legge infatti non specifica i requisiti per accedere agli elenchi nazionali, dicendo esplicitamente che questi saranno stabiliti in un apposito decreto, da scriversi una volta sentiti i soggetti interessati. Purtroppo, tra i soggetti interessati, il mondo dell’Università è rappresentato solo dal Miur, escludendo quindi dai tavoli la componente studentesca e dei soggetti in formazione in genere, che dovrebbero rappresentare i professionisti del prossimo futuro. Dunque al momento non vi è alcuna certezza riguardo i requisiti per l’accesso alla professione che il decreto prevederà.

Non solo: il testo della legge, che appare colpevolmente ambiguo, dice che i professionisti presenti negli elenchi devono essere in possesso dei suddetti requisiti, ma al comma 3 scrive “l’assenza dei professionisti […] dai medesimi elenchi non preclude in alcun modo la possibilità di esercitare la professione”; al contrario, non specifica mai che tali requisiti siano vincolanti per lo svolgimento della professione, lasciando trasparire che, se per lo svolgimento della professione non è vincolante l’iscrizione agli elenchi, non lo siano di conseguenza neppure i requisiti.

Noi chiediamo con forza che tali requisiti siano sempre e comunque, sia nel pubblico sia nel privato, vincolanti per poter svolgere le professioni elencate, e sosteniamo che ciò sia la base imprescindibile di qualsiasi tipo di rivendicazione in questo ambito: è una premessa fondamentale per disinnescare pratiche degenerative, come l’utilizzo del volontariato in sostituzione del lavoro retribuito o l’impiego di manodopera non qualificata (e quindi anche meno costosa) per svolgere mansioni specialistiche.

REQUISITI PROFESSIONALI: LE NOSTRE RICHIESTE

E’ importante per noi studenti e futuri professionisti nella tutela e valorizzazione del Patrimonio Culturale far parte di questo processo costruttivo, portando avanti quelli che riteniamo essere dei requisiti e delle norme essenziali per l’accesso alle professioni legate ai Beni Culturali e che auspichiamo possano essere il punto di partenza per la creazione di un mercato del lavoro libero, ma finalmente normato chiaramente dal punto di vista delle competenze.

In primis, come già detto, è necessario che solo chi soddisfi i requisiti possa esercitare la professione e nessun altro, proprio come avviene con molte altre professioni.

Inoltre i requisiti per l’accesso alle professioni devono essere scritti dal MIBACT (Ministero dei Beni Culturali) dopo un ampio e produttivo confronto che coinvolga veramente tutte le associazioni e realtà di categoria, non ultima la componente studentesca, che si deve inserire nella discussione a pieno titolo quale attrice di un futuro in fieri.

A livello basilare, la nostra proposta prevede , per poter accedere agli elenchi nazionali e alla professione, il possesso di almeno un titolo di Laurea Magistrale nel settore disciplinare della professione che si intende svolgere. Tuttavia la realtà formativa delle varie professioni riconosciute dalla “Legge Madia” varia ampiamente: mentre in alcuni settori i professionisti sono di norma formati all’interno dell’Università, grazie a un numero e a una distribuzione territoriale soddisfacente dei corsi di Laurea Magistrale (si citi ad esempio LM-2/Archeologia o LM-89/Storia dell’Arte), in altri esistono Scuole di Formazione con lunga tradizione che, complementariamente alle Università, formano giovani professionisti, come le  Scuole di Archivistica o di Restauro. Noi quindi chiediamo che questi titoli siano riconosciuti come validi per l’accesso alla professione, al pari delle Lauree Magistrali, ma allo stesso tempo auspichiamo che Scuole di Formazione e Università cerchino di adeguarsi per fornire una formazione e un titolo di studio che siano i più equiparabili possibile, anche per quanto riguarda i criteri d’accesso. Altro fattore da considerare è il basso numero di corsi di Laurea Magistrale presenti sul piano nazionale in alcuni settori, quali Antropologia (LM-1): nel porre la Laurea Magistrale come requisito basilare, auspichiamo anche che ciò porti all’attivazione di nuovi corsi di Laurea in tali settori.

Non ignoriamo il fatto che in questo modo resterebbero esclusi i laureati triennali, e per essi vanno pensate soluzioni specifiche. Data l’enorme varietà dell’offerta formativa prevista dai corsi di Laurea Triennale del settore (si veda il paragrafo seguente), riteniamo che anzitutto le Lauree Triennali debbano servire come preparazione per le Lauree Magistrali in settori più specifici. Tuttavia, per coloro che abbiano conseguito durante la Laurea Triennale un determinato e sufficiente numero di crediti formativi in un determinato settore disciplinare, ci sembra opportuno che abbiano la possibilità di accedere alla professione con compiti e responsabilità diverse, in particolare di aiuto e collaborazione con i professionisti di livello superiore.

Inoltre, come già regolamentato per alcuni tra gli ambiti professionali elencati nella Legge, per ruoli dirigenziali, o che prevedano la responsabilità penale, è auspicabile sia richiesto, oltre alla Laurea Magistrale, un più alto titolo di studio, ottenibile in specifici corsi Post-Laurea, già esistenti in diversi Atenei e strutture, per diversi tipi di professionalità. Tuttavia tali corsi, quali le Scuole di Specializzazione ed altri, mancano quasi sempre di una fasciazione delle tasse in base al reddito e di borse di studio, diventando dunque inaccessibili per alcuni studenti o neolaureati, a causa di ostacoli economici. Chiaramente, se questi titoli post-laurea saranno richiesti per poter svolgere incarichi pubblici di rilievo (come già previsto in molti casi, e per certi versi opportuno), è assolutamente necessario che le strutture che offrono questi corsi, in primis le Università, si spendano rapidamente per abbattere tutti i tipi di ostacoli economici, ad oggi esistenti, verso il raggiungimento di tali titoli, per non contravvenire alla Costituzione che all’articolo 34 prevede che anche i “privi di mezzi” possano raggiungere i più alti gradi degli studi.

Questi sono i requisiti che chiediamo, queste sono le proposte che portiamo avanti, che non vogliono porsi in contrapposizione con altre già elaborate ad esempio da associazioni professionali, ma piuttosto integrarle dal punto di vista, interdisciplinare, degli studenti,  futuri professionisti, in un’ottica di auspicata collaborazione.

LA RIFORMA DEI CORSI DI STUDIO DEL SETTORE

La terza parte della nostra proposta riguarda una profonda, necessaria riforma dei corsi di Laurea del settore dei Beni Culturali. Fino ad oggi, visto che in nostri titoli di studio erano giuridicamente  privi di valore professionale tutto il peso gravava sulle capacità acquisite dallo studente nel corso della sua formazione: ora che i titoli saranno finalmente rilevanti per l’esercizio della professione, bisogna mettere ordine in quella strutturazione caotica che tocca  i corsi di laurea del settore; essi soffrono   di una quantità e qualità dell’insegnamento radicalmente diversa da un ateneo all’altro , ma sopratutto di una strutturazione troppo libera dei settori disciplinari caratterizzanti.

Stiamo preparando una proposta estesa, dettagliata, completa, riguardo a come vorremmo fossero ristrutturati i vari corsi del settore. Le linee guida della nostra proposta tentano di tenere insieme due esigenze fondamentali: da un lato la necessità che chiunque arrivi al mondo del lavoro abbia una preparazione adeguata, ed esistano meno disparità possibili tra Atenei; dall’altro il fatto che non si vogliono e non si devono eliminare le specificità territoriali e storiche. Per tale motivo la nostra idea di riforma  verterà su questi punti:

  • maggiore omogeneità a livello nazionale, prevedendo esami base caratterizzanti , uguali in tutta Italia, per chiunque affronti un determinato percorso di studi in vista di una  specifica professione dell’ambito dei Beni Culturali, con un adeguamento della qualità formativa al rialzo .
  • possibilità per ogni Ateneo, al di fuori di questi esami base, di caratterizzare i propri Corsi con esami o curricula specifici, più o meno legati al territorio e alle competenze dell’Ateneo stesso.
  • creazione di una Laurea Triennale L-1 univoca, con pochi esami caratterizzanti obbligatori per tutti, e che dia la possibilità ad ogni studente di scegliere il proprio percorso formativo, in vista dell’accesso al mondo del lavoro o alla Laurea Magistrale.
  • accesso alle Lauree Magistrali mediante un determinato numero di crediti (60) in settori disciplinari specifici dell’ambito su cui verte il corso di laurea, così da non creare eccessiva disparità tra chi proviene da Atenei diversi.
  • riforma delle Lauree Magistrali in modo che preparino meglio alla professione, integrazione dei programmi con nuovi specifici esami, legati al mondo del lavoro contemporaneo.
  • inclusione, per ogni corso di laurea in Beni Culturali, sia Triennale sia Magistrale, dell’obbligo di offrire agli studenti un sufficiente numero di ore di tirocinio durante gli studi; conseguente richiesta di necessari investimenti da parte degli Atenei e del Miur.
  • eliminazione, nel più breve tempo possibile, delle cosiddette Lauree Interclasse, che offrirebbero due titoli di studio contemporaneamente e quindi l’accesso a due professioni diverse; così come di tutti i corsi di Laurea con nomenclature ambigue e, per certi versi, truffaldine nei confronti degli studenti.

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