Le mani dei privati sulla Storia della Sardegna

Giganti si affollano nei dintorni di Monte Prama. Le loro ombre si scorgono all’orizzonte. Ma non sono, no, le splendide statue (alte 1 metro e 80 o poco più, a dispetto del nome) venute alla luce negli anni ‘70 e ora in parte esposte al Museo di Cagliari, in parte a Cabras, e in parte ancora sepolte. No, si tratta di veri colossi: colossi dell’informazione, dell’economia e della politica. Corriere della Sera, Ministero dei Beni Culturali, Banco di Sardegna, Mediaset, Gruppo Espresso. Tutti intorno a Monte Prama, e sempre più visibili e attivi in queste settimane. Perché?

Facciamo un passo indietro, in particolare per chi non conosce da vicino l’archeologia sarda. Mont’e Prama è il nome di una necropoli monumentale scoperta nel 1974-75 nel territorio del Comune di Cabras (Oristano). Da ormai una ventina d’anni, la necropoli, e in particolare l’eccezionale statuaria rappresentante guerrieri, arcieri, nuraghi, senza eguali nel Mediterraneo occidentale della prima Età del Ferro (le statue sono datate tra IX e VIII secolo avanti Cristo), è diventata teatro di uno scontro politico-ideologico di proporzioni enormi, scontro alimentato da una teoria del complotto dura a morire che si basa, sostanzialmente, sull’idea che lo Stato italiano, attraverso la Soprintendenza locale, punti a negare la grandezza della passata Storia sarda (potete trovarne un buon riassunto qui): i Giganti sono solo uno dei tasselli di questa ampia teoria, che si fonda anche su altri eventi mai accaduti quali uno tsunami che avrebbe annientato la Sardegna, supposta sede (stando a questi) del mitico regno di Atlantide, alla fine dell’età del Bronzo. Ora, una teoria simile come sempre si basa su sentimenti emozionali più che su argomenti, e in effetti  le pubblicazioni e gli studi su Mont’e Prama sono stati decine e decine dalla scoperta ad oggi, fino al dettagliato ed esaustivo volume pubblicato, ormai quattro anni fa, con il contributo fondamentale della Soprintendenza sarda. Che le teorie del complotto esistano di questi tempi, che possano nascere e crescere più velocemente grazie a internet, non stupisce di certo. Ciò che invece stupisce è che questa specifica teoria del complotto trovi da anni enorme appoggio sia dalle istituzioni (Regione Sardegna, Ministero centrale…), sia dai giornali, che periodicamente danno voce a gente senza arte né parte che insulta l’operato di archeologi e Soprintendenza sulla base di supposte evidenze (mai esplicitate), sia da importanti soggetti privati. Gli esempi più clamorosi dell’appoggio che la teoria ha trovato ad altissimi livelli, fin da subito, sono la puntata di Gaia, andata in onda su Rai3 nel 2003, che dava la prima e fondamentale visibilità a queste bizzarre ipotesi; la mostra e conferenza ospitata all’Accademia dei Lincei di Roma, con interventi di personaggi dell’establishment accademico; e la mostra ospitata all’Aeroporto di Cagliari dal gruppo SOGAER, patrocinata e finanziata dalla Regione Sardegna nonostante la nulla valenza scientifica. Davvero molto strano, per una teoria che si professa “osteggiata dai poteri forti”.

Ma arriviamo rapidamente alle ultime settimane. Il 24 settembre Gaetano Ranieri, professore ordinario di Geofisica ora in pensione, ha annunciato in conferenza stampa a Sassari che, secondo le sue ricerche geofisiche, intorno alla necropoli di Monte Prama si estenderebbe un abitato di 16 ettari (una dimensione abnorme per il Mediterraneo dell’Età del Ferro). Chiunque conosca un poco il funzionamento della geofisica, con un rapido sguardo ai dati esposti in quella conferenza stampa (Fig. 1) sarebbe stato in grado di smentire l’annuncio: non vi era alcun elemento in grado di suffragare l’ipotesi di un abitato tanto esteso, neppure mettendoci tutto l’ottimismo possibile. Si era trattato più che altro di una esposizione molto retorica che puntava ad associare al termine “anomalia” un alone di mistero e interesse archeologico: ma in geofisica, l’anomalia può essere qualsiasi cosa, anche un buco per terra fatto la settimana scorsa e poi ricoperto. Eppure, nonostante l’evidente debolezza degli argomenti, la notizia esce immediatamente su La Nuova Sardegna (Gruppo Espresso, uno dei più potenti gruppi editoriali italiani) e poi in poche ore sul Corriere della Sera (Gruppo RCS, il primo gruppo editoriale italiano), quotidiano con sede a Milano, e incredibilmente anche su Le Monde, il primo quotidiano francese. Davvero impressionante, per una conferenza stampa tenutasi a Sassari. 

Tav 5 1
Figura 1. Esempio dei dati geofisici esposti a Sassari per suffragare l’ipotesi dell’abitato di 16 ettari. Nel rettangolo rosso, lo scavo archeologico non ha dato risultati. Nel rettangolo blu, privo di anomalie geofisiche di rilievo, si trovano le principali tombe del complesso.

Il 10 ottobre i più importanti quotidiani sardi (L’Unione Sarda e La Nuova Sardegna) dedicano la prima pagina ai Giganti di Monte Prama, chiamando lo scandalo e il panico: non ci sono abbastanza soldi per gli espropri. Il messaggio passa chiaro e forte: dobbiamo ricominciare subito a scavare quei 16 ettari. E per farlo, servono i permessi, e servono soldi. Servono gli espropri. Ma l’intervista al sindaco di Cabras contenuta nell’articolo raccontava di una serenità totale da parte dell’amministrazione, e della necessità di lavorare con calma per ottenere i risultati migliori. Una brutta sorpresa per i titolisti. E infatti sabato 12 ottobre ecco un nuovo editoriale in prima pagina de La Nuova Sardegna, a firma di Vanessa Roggeri (chiaramente una persona che nulla sa di archeologia) in cui gli ettari di abitato divenivano 100 (?!?), il sindaco di Cabras era giudicato “arrendevole”, e si ribadiva la necessità di più soldi per gli espropri. Domenica 13 ottobre anche il TG5 (Gruppo Mediaset) dedicava spazio al supposto scandalo di Monte Prama, e poi il 4 novembre anche Il Sole 24 Ore. Ma dove sta questo scandalo, dato che gli scavi, certo temporaneamente interrotti come capita abitualmente quando si tratta di progetti complessi, sono già pianificati per il 2019, la regione ha stanziato ben 780 mila euro, 72 mila li ha aggiunti la Soprintendenza, le statue sono esposte al Museo di Cabras, e Soprintendenza e Comune sono al lavoro di concerto per garantire la migliore fruizione possibile? Che scandalo ci sarebbe in un cantiere ben pianificato e ben finanziato? Come mai tutta questa attenzione da parte dei media locali e nazionali per un problema che appare creato a tavolino in una conferenza stampa a Sassari, sulla base di supposte evidenze geofisiche?

La risposta è banale: perché a qualcuno dà molto fastidio che quei Giganti siano di proprietà dei Sardi. Andiamo con ordine. Nel 2017 il Ministero dei Beni Culturali guidato da Dario Franceschini aveva tentato di creare la “Fondazione Monte Prama”, che doveva essere partecipata da Ministero, Comune e Regione. Piuttosto curioso, dato che Mont’e Prama non è un sito statale, e che anzi il terreno è di proprietà della curia che lo gestisce insieme al Comune di Cabras con un accordo. Ancor più curioso il fatto che la supposta fondazione, a dispetto del nome, non si dovrebbe occupare solo di Mont’e Prama, ma anche dell’area archeologica di Tharros, dell’ipogeo di San Salvatore, del Museo di Cabras e dell’intero patrimonio culturale e museale locale: sono siti che oggi registrano circa 150 mila visitatori l’anno, destinati a crescere.

E in effetti era talmente curioso che Comune e Regione, dopo aver letto accuratamente lo Statuto (mai reso pubblico dal Mibact), che prevedeva tra l’altro che tutti i profitti della gestione andassero alla fondazione, semplicemente diedero picche al Ministero, e a ragione: che senso aveva concedere tutti i profitti e l’intera gestione a una Fondazione partecipata e creata dalla sede romana del Ministero? Che nulla gestiva nel territorio? Questo moto d’orgoglio e logica elementare deve aver dato fastidio a parecchi, dentro e fuori dall’isola, ed infatti in chiusura del sopracitato editoriale del 12 ottobre l’autrice recitava “sarebbe saggio avvalersi della Fondazione Mont’e Prama, […] le fondazioni gestiscono con successo piccole e grandi opere di valore storico […]”. Lo stesso giorno il sottosegretario del Ministero invocava la necessità di una Fondazione in un articolo a tutta pagina (che titolava “via libera alla Fondazione”, nonostante non ci fosse alcun via libera). Sono affermazioni davvero bizzarre in un anno in cui gli sperperi della Fondazione Matera-Basilicata 2019 si aggiungono alla lunga lista di gestioni quantomeno opinabili da parte di fondazioni private che gestiscono patrimonio pubblico. Eppure anche i successivi articoli usciti sui giornali davano questa Fondazione come cosa non solo fatta ma anche inappellabile. Sembrerebbe insomma che diversi signori abbiano lanciato e stiano portando avanti una poderosa campagna mediatica contro la Soprintendenza e il sindaco di Cabras, colpevoli di non essere pronti a cooperare con chi vuole papparsi non solo tutti i profitti di tutti i siti del Comune di Cabras, ma ovviamente anche la comunicazione intorno agli stessi: una privatizzazione della Storia, a tutti gli effetti. 

Riassumiamo il disegno: si pretendono soldi (pubblici) per gli espropri, dopo i due milioni di euro versati dal Ministero per il Museo Civico di Cabras e i milioni di euro che la Regione Sardegna ha investito sul sito di Mont’e Prama. Una volta ricevuti tutti questi fondi pubblici, l’idea proposta pubblicamente da questa editorialista de La Nuova Sardegna, dalla Fondazione di Sardegna (Banco di Sardegna), dal Ministero dei Beni Culturali romano, da isolati professori dell’Università di Sassari, e sottotraccia da altri attori a noi non noti con saldi contatti al Corriere della Sera e a Mediaset è quella di passare interamente tutta la gestione del sito di Mont’e Prama (anche dei terreni appena espropriati) e dell’intero territorio del Sinis a un soggetto privato, i cui dirigenti sarebbero nominati dal ministero romano, soggetto che riceva i fondi per la gestione del sito e si tenga tutti i profitti, che potrà chiaramente ripartire tra i dirigenti. Il modello è quello di Ravenna, altra situazione in cui una fondazione ha preso in gestione l’intero patrimonio culturale cittadino aumentando i prezzi dei biglietti e drenando risorse che prima rimanevano almeno in parte nelle casse comunali. Lo chiediamo con semplicità: perché il Comune di Cabras, la Soprintendenza di Cagliari e Oristano e la Regione Sardegna dovrebbero avvallare con entusiasmo questa totale follia? Perché i meravigliosi territori del Sinis, di Mont’e Prama, di Tharros, dovrebbero essere amministrati in via esclusiva da dirigenti scelti su base politica da un Ministro che siede a Roma? Perché dobbiamo lasciare tutto in mano ad un nuovo soggetto privato nato lontano dal territorio?

Ci troviamo di fronte a un caso, forse atipico in questo Paese, in cui istituzioni ed enti locali stanno banalmente cercando la soluzione migliore, senza accontentarsi del piatto avvelenato preparato da altri. Qualcuno, e molti di coloro che siedono nei luoghi di potere, detestano l’idea che siti archeologici più importanti e famosi siano amministrati sul territorio, che la Storia sia patrimonio collettivo, che siano sempre e soltanto i cittadini a decidere cosa è meglio per il proprio Patrimonio locale. Quel qualcuno ha ordito un piano per spingere Comune, Regione e Soprintendenza a cedere: si parla di siti che valgono profitti per decine e decine di milioni di euro l’anno. Sta ai Sardi opporsi a questa trappola. Sta a tutti noi appoggiare la loro lotta, che è poi la lotta di tutti i cittadini italiani e non contro la gestione privata del nostro Patrimonio culturale pubblico. 

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