Vogliono trasformare i Musei statali in Fondazioni private? Molto più che un sospetto.

C’è un sospetto che esiste da tempo e giorno dopo giorno sembra avvicinarsi sempre più a una certezza. Il sospetto che gli organi dello Stato italiano siano al lavoro per trasformare tutti i più grandi Musei pubblici (i Musei ad autonomia speciale, dal 2016) in Fondazioni private.

Se ne parlava quando la riforma Franceschini era solo un’idea, e ora se ne parla sempre di più, in occasioni pubbliche e nei corridoi del Parlamento; se ne è parlato alla prima riunione dei direttori dei nuovi Musei autonomi, e anche adesso che la riforma Franceschini è sotto attacco, dati i suoi evidenti malfunzionamenti, le voci a difesa della stessa di colpo dicono: toccate tutto, ma non i Musei autonomi. L’autonomia di quei 30 musei è intoccabile. Strano davvero, dato che fatta così è una delle cose meno funzionali dell’intera riforma: da quando esiste, il sistema museale italiano, con i suoi oltre 4000 musei, è in sofferenza e vede i flussi concentrarsi su pochissimi istituti. Non sarà che per caso quei Musei autonomi hanno un secondo fine non detto né dichiarato?

In effetti, che senso avrebbe permettere ai più ricchi e attrattivi Musei italiani di mantenere il 70% degli introiti e non comunicare con il territorio, se non quello di provare a risanarne almeno in parte i conti, scindendoli nel frattempo da tutti i musei meno produttivi dal punto di vista economico, per poi consegnarli belli e impacchettati al privato pronto a gestirne e trarne profitti, oneri e onori…. Oh, perdonateci, solo onori, perché gli oneri a fronte di buchi di bilancio sarebbero comunque a carico dello Stato, come accade in tutte le Fondazioni private che gestiscono patrimonio pubblico già esistenti. L’obiettivo appare chiaro: i Musei più grandi come macchine da soldi (per gruppi privati, sia chiaro), e tutti gli altri al macero.

La composizione della commissione ministeriale recentemente annunciata, purtroppo, non smentisce affatto questa analisi. Lo sentirete come un mantra nei prossimi mesi, i Musei se diventano fondazioni private funzionano meglio, è il futuro: più lavoro, più capitali, più profitti. In effetti i vantaggi sono evidenti…. per chi dirige la fondazione, e non potrebbe essere altrimenti. Papparsi le entrate di Uffizi, Colosseo, Pompei e via dicendo fa decisamente gola.

I vantaggi per lo Stato sono ugualmente evidenti, se lo Stato punta solo a sopravvivere come istituzione e non a occuparsi della cittadinanza: una fondazione privata con lo Stato come primo fondatore permette di piazzare ai suoi vertici parenti e amici, senza alcun concorso; permette di avere bacini utili per clientelismi; permette di abbassare gli investimenti in Cultura e le assunzioni; e permette di vantarsi di numeri farlocchi (a questo arriviamo dopo). Per la collettività, invece, insomma per noi, proprietari del patrimonio pubblico italiano, i vantaggi sono decisamente meno chiari.

Lo schema è molto semplice, quello dell’ambigua e poco normata “Fondazione di partecipazione”: schema già approvato per Musei nati recentemente, come il MAXXI di Roma, o per Musei civici decisamente redditizi e già privatizzati, come il Palazzo Ducale di Venezia. Il pubblico mette il capitale, il patrimonio ed i dipendenti, che iniziano a dipendere di fatto dalla Fondazione privata; la dirigenza della Fondazione può essere composta da chi serve, di norma persone vicine alla politica o ai poteri economici locali, e può usufruire di lauti stipendi; la Fondazione poi, a differenza del pubblico, può assumere con contratti imbarazzanti, risparmiare sul costo del lavoro, alzare i prezzi dei biglietti a dismisura, annullare le gratuità e gli sconti stabiliti per legge, aumentare gli orari di apertura lucrando sui lavoratori e via dicendo: se per caso andrà bene, i profitti saranno tutti della dirigenza, se per caso andrà male, si potrà battere cassa e ottenere dallo Stato il capitale necessario a continuare così.

Il quadro fin qui è chiaro, ci seguite?

Riassumendo: possibilità di fare profitti enormi con il patrimonio pubblico, di abbassare i diritti dei lavoratori (tutto questo si può già fare con il pessimo sistema di esternalizzazioni in vigore dalla legge 4/1993, ma con qualche difficoltà in più) e infine possibilità di piazzare i propri rampolli a decidere il destino dei nostri Musei con stipendi decine di volte più alti dei professionisti che lo popolano, a prescindere dalla competenza professionale. Questi sono i motivi per i quali l’establishment economico-finanziario di questo Paese è così deciso ad occupare i nostri Musei: motivi più che sufficienti per opporsi in tutti i modi ad una riforma simile, anche pensando a chi prenderebbe la direzione delle varie Fondazioni in ogni territorio.

Ma non solo. V’è un altro dettaglio di assoluto rilievo che dovrebbe preoccuparci. Essere concessionario privato che gestisce patrimonio pubblico permette di beneficiare dell’Art Bonus, dunque delle sponsorizzazioni. Sponsorizzare è un meccanismo collaudato per evadere: è ben noto il sistema in ambito sportivo. In ambito culturale può accadere lo stesso, in presenza di accordi sottobanco, e lo Stato deve prestare attenzione. Per ogni euro donato alla cultura attraverso l’Art Bonus, si riceve uno sconto sulla tassazione di 0,65 centesimi, oltre alla ben nota pubblicità derivante dal mecenatismo: a un privato potrebbe far gola gonfiare la sua donazione per ricevere sconti sulle tasse (credito d’imposta) maggiori del dovuto. E che una transazione simile avvenga tra due diversi privati (un imprenditore che ha un vantaggio nell’ottenere un maggiore sconto sulle tasse e una fondazione che ha necessità di far quadrare i bilanci) è molto più rischioso rispetto a una transazione tra un privato e un istituto pubblico.

Ciò non vuol dire che sia impossibile usare le sponsorizzazioni in modo truffaldino ad oggi, chiaramente, ma gli scambi di denaro pubblico-privato sono molto più controllati. Se tutti i più grandi Musei italiani diventassero fondazioni private (si parla di enormi masse di denaro necessarie per la loro manutenzione) sarebbe tutto molto più facile, in presenza delle persone sbagliate: più facile per i poteri locali controllare le Fondazioni, più facile piazzare nomi fidati a tenere i bilanci, più facile eludere i controlli della Corte dei Conti, più facile tenere il tutto nell’oscurità (basti pensare che per far quadrare i conti basterà alzare in modo vertiginoso i compensi della dirigenza). Non diciamo che esista malafede in chi ha scritto il decreto sull’Art Bonus, ma mettendo i concessionari come beneficiari e non esistendo una legge specifica sulle Fondazioni che gestiscono patrimonio pubblico il rischio ad oggi esiste.

Per concludere, abbiamo spiegato perché abbiamo l’evidente sensazione (per usare un eufemismo) che sia in atto questa operazione, quali sono i motivi che la spingono, e perché è necessario opporsi con forza alla stessa. Attendiamo smentita secca da parte del Ministero, o saremo pronti a fare tutto il possibile per impedire una simile trasformazione.

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