Disabilità e volontariato culturale. Le scelte italiane

L’accesso a musei e siti d’interesse culturale in Italia è gratuito per i cittadini disabili e per i loro accompagnatori in base alle disposizioni del Ministero dei Beni Culturali (Decreto Ministeriale n. 239 del 20 aprile 2006) che regola le norme sul biglietto d’ingresso a monumenti, musei, gallerie, scavi archeologici, parchi e giardini monumentali. Cosa comporta tutto ciò? Comporta che le persone con disabilità possano fruire di qualsiasi istituzione culturale, tutti i giorni dell’anno, senza pagare il biglietto d’ingresso. Comporta che, di conseguenza, tali istituzioni non ricavino introiti da visite e progetti specifici rivolti a questa importante fetta di pubblici.

Abbiamo già spiegato, in altra sede, come non abbia alcun senso pensare che i Musei e i siti d’interesse culturale si autosostengano solo con le entrate delle biglietterie, ma non è questo il punto ora. Il punto è che i luoghi di interesse culturale, in linea di massima, non hanno soldi, né la possibilità, e in alcuni casi neppure interesse, per investire nei servizi per le disabilità e nelle attività volte a rendere la fruizione degli spazi culturali migliori e idonei alle stesse.

E allora il Ministero, in mancanza di fondi, e con l’obbligo di evitare “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica” (art.112 del Codice dei Beni Culturali del 2004), come fa a rendere accessibili tali spazi a queste persone? Quale sarà mai la complessa soluzione escogitata per unire fruibilità e finanziamento zero?

Il volontariato.

Nell’articolo 17 del nuovo codice del Terzo Settore, che abroga e aggiorna buona parte della Legge Quadro sul volontariato 266/1991, si riconosce l’importanza delle associazioni no profit e di volontariato e si legge che “ne  è  favorito l’apporto  originale  per  il  perseguimento  di  finalità  civiche, solidaristiche  e  di  utilità sociale,  anche  mediante  forme  di collaborazione con lo Stato, le Regioni, le Province autonome e gli enti locali.”

Il Ministero, quindi, può demandare anche attività come visite e percorsi pensate per le disabilità ad associazioni di cittadini che, va detto, offrono gratuitamente un servizio a persone che in caso contrario (nel sistema attuale) sarebbero escluse dalla fruizione culturale; cittadini che però non hanno alcuna preparazione professionale (o, se ce l’hanno, offrono la propria professionalità gratis). Tali associazioni, come logico, in molti casi sono divenute partner standard e abituali di diversi musei, perché offrono la soluzione perfetta per il nostro Ministero: un servizio a costo zero.

Queste associazioni di volontariato per l’Arte (ne troverete diverse con una veloce ricerca sul web, di cui in questa sede non citeremo i nomi), tutte senza scopo di lucro, elencano tra le loro finalità quella di “promuovere la conoscenza e la divulgazione del Patrimonio Culturale dei musei attraverso l’impegno volontario e non retribuito degli associati”, per lo più sono costituite da appassionati d’arte, ex insegnanti, ma soprattutto pensionati che si attivano per far “conoscere al meglio i nostri beni culturali” conducendo a titolo gratuito “visite guidate tattili o descrittive per visitatori non vedenti o ipovedenti; visite guidate per visitatori disabili, anziani e a persone comunque svantaggiate” e ancora “accogliere, assistere ed accompagnare i visitatori nell’incontro con le opere, con particolare riguardo ai portatori di handicap.” Tralasciando l’uso scorretto della terminologia, di certe definizioni e l’analisi delle attività offerte, alcune di queste associazioni si prodigano anche nella formazione dei propri volontari tramite lezioni e piccoli corsi; ma, come potrete immaginare, non bastano affatto poche ore per essere formati e pronti ad accompagnare in museo visitatori di alcun tipo, tanto meno i pubblici con disabilità.

Negli ultimi anni di fronte ai consistenti e continui tagli si è fatto un uso sempre più ampio del volontariato in ambito culturale, è noto. Dai dati raccolti nel 2015 dalla rivista Vdossier (che approfondisce specifiche tematiche legate al volontariato) sono più di 800 mila i volontari impegnati nella cultura in Italia, che contribuiscono alla tutela e alla conservazione dei beni artistici, storici, culturali e paesaggistici. Certo è lodevole sapere che così tanti cittadini dedichino il loro tempo libero e siano pronti a impegnarsi in questo specifico settore, ma (e qui sorge come d’uso il problema) il ruolo del volontario non dovrebbe e non deve essere quello di colmare la mancanza di personale all’interno delle strutture culturali o di sopperire a specifiche prestazioni, ma quello coadiuvare lo stesso personale in piccole mansioni per rendere più efficaci i musei e i servizi. Con astuzia tuttavia, la legge Ronchey (del 14 novembre 1992, n. 433, convertito con la legge 14 gennaio 1993, n. 4), che regola il volontariato nei Musei statali, nell’art.3 comma 1 bis recita: “Il personale delle organizzazioni di volontariato è utilizzato ad integrazione del personale dell’amministrazione dei beni culturali e ambientali.” E così ecco che le organizzazioni di volontariato diventano ufficialmente dei tappabuchi istituzionalizzati, non per coadiuvare ma per integrare, tutti quei servizi che lo Stato non può, o meglio non vuole, accollarsi.

In molti paesi, ma anche in Italia, le istituzioni museali si stanno aprendo a tematiche quali l’accessibilità e l’inclusione, creando percorsi e progetti per coinvolgere i pubblici con disabilità, portatori di identità, bisogni, curiosità, abilità differenti. Un lento, ma positivo, processo è in atto nei nostri musei anche se non esistono istituzioni museali che lavorano assiduamente sui temi dell’accessibilità. In effetti, come posso esserci operatori museali responsabili per l’accessibilità se la maggior parte dei dipartimenti educativi non sono interni alle strutture museali? É evidente, esempi positivi possono nascere e svilupparsi solo se i musei e i relativi dipartimenti educativi investono (e sono messi in condizione di investire) sulla progettazione, sulla sperimentazione e sulla professionalità e preparazione degli operatori museali che lavorino con i diversi pubblici. Concorderete, non basta avere una forte passione per l’arte, aver letto qualche libro in materia, come non è sufficiente avere una sensibilità verso le disabilità o del tempo libero da occupare. L’unica via per una buona riuscita e puntare sulla qualità. E anche sulla qualità del lavoro, perché qualora l’associazione sia composta, di fatto, da professionisti, certo non è una soluzione accettabile arruolare pensionati qualificati e vogliosi di occupare il tempo, o giovani qualificati e speranzosi, al fine di abbattere il costo del lavoro, retribuendoli con rimborsi spese fasulli.

Noi vi chiediamo: davvero pensiamo di poter fare a meno di professionalità e preparazione in servizi come quelli volti all’abbattimento delle barriere che limitano o impediscono l’accesso alla cultura? Barriere non solo fisiche, ma anche sensoriali e cognitive. Le risorse umane in questo campo non mancano, sappiamo che esistono percorsi formativi specifici, e che volontari e professionisti potrebbero proficuamente collaborare nel rispetto reciproco dei ruoli. Ora come ora, però, non è così. Noi crediamo che tutte le differenti tipologie di pubblici meritino competenza e preparazione, ancor più i pubblici con disabilità, e riteniamo che le norme in materia vadano riviste e regolamentate per stabilire adeguati confini tra volontariato e lavoro nei Beni Culturali.

Davvero in Parlamento nessuno la pensa come noi?

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