Un turismo sostenibile nell’era di Internet: una sfida già persa?

Visitare Civita di Bagnoregio costerà 5 euro nelle domeniche e festivi. La notizia è di qualche settimana fa, il sindaco la giustifica con la necessità di far calare il numero di turisti che sta affollando il borgo negli ultimi anni, soprattutto, appunto, le domeniche.

La notizia riporta in auge, ancora, il leit-motiv dell’estate 2017: il turismo sostenibile. Civita non può reggere quell’abnorme numero di turisti a lungo, e i danni per il patrimonio non tarderanno ad arrivare. Un problema simile a quello di Venezia, a quello di Firenze, eppure con profonde differenze. Il Ministro sventola ormai da mesi la necessità di numeri chiusi nelle città turistiche, che poi diventano rapidamente ipotesi di ticket d’accesso a pagamento, prontamente smentite ma che aleggiano sempre più nell’aria.

Abbiamo già spiegato in un articolo come i ticket d’accesso siano una scelta fondamentalmente stupida per città come Firenze, Roma o Venezia, perché tali ticket non hanno affatto la capacità di gestire i flussi turistici, ma solo quella di ridurre nettamente il numero di visitatori. Proprio quello che voleva ottenere il sindaco di Civita di Bagnoregio (ma non Franceschini, né i sindaci delle città citate). Ma la scelta del primo cittadino è altrettanto stupida? La risposta che ci siamo dati, e che ci ha colpito, è: no, non lo è. Civita ha davvero troppi turisti, non è in grado di accoglierli, e, a differenza delle grandi città, nelle quali i turisti certo possono congestionare il centro ma ignorano interi quartieri, nei borghi questo, ovviamente, non può accadere ed è l’intero borgo ad essere congestionato. Il sindaco non ha avuto modo, da solo, di fare qualcosa di diverso dal “bloccare” o scoraggiare i flussi turistici, o per lo meno, non ha avuto alternative di facile e repentina applicazione. Infatti, altro dato che ci sembra rilevante, il caso di Civita è stato davvero un boom improvviso, mentre l’”emergenza” turisti in città come Venezia segue un trend che ha ormai più di 40 anni ed è stato abbondantemente incoraggiato da precedenti amministrazioni. Civita di Bagnoregio non è un caso isolato: l’era di internet ha portato le notizie a viaggiare a velocità incredibile e talvolta con una diffusione incontrollata. A partire, circa, dal 2009, una serie infinita di articoli ha iniziato a parlare della meraviglia di Civita di Bagnoregio come “il borgo che muore”, sospeso nel tempo e via dicendo: questo ha portato il numero di turisti, che si contavano sulle dita di una mano, a crescere a valanga. Cose simili sono accadute in altri luoghi, ad esempio la Val Verzasca o Castelluccio di Norcia, e la lista potrebbe essere lunga: se prima i luoghi sconosciuti potevano diventare famosi soprattutto per passaparola, o grazie a pubblicazioni editoriali turistiche, ora è sufficiente un video o un articolo, e pochissimi minuti. Pubblicità gratuita, del tutto al di fuori della pianificazione Ministeriale, ma soprattutto pubblicità incontrollata e, a volte, di difficile gestione.

Siamo pronti ad accettare la sfida del boom turistico globale nell’era di internet? La risposta è semplice: no, siamo del tutto impreparati. Ma le soluzioni, meno semplici e scontate, ci sono. Il Ministero si sta interrogando al riguardo, e non può essere accusato di immobilità in tal senso, ma sta dando risposte non risolutive o parzialmente sbagliate, una dopo l’altra. Il Piano Strategico per il Turismo è un ottimo esempio, analizza le problematiche ma non centra le soluzioni: parla di cose come  “l’innovazione tecnologica e organizzativa, la capacità di adattamento alle trasformazioni del mercato, la valorizzazione del patrimonio territoriale e culturale; l’adeguamento delle competenze; le condizioni favorevoli per le attività imprenditoriali”, ma dimentica la carenza di risorse umane; parla di dialogo con le aziende che si occupano di turismo, ma non di dialogo con le numerose realtà dove aziende turistiche non ce ne sono; ma soprattutto, è stato costruito senza ascoltare chi sta alla base di tutto il processo, pur occupandosi specificamente di altro: il personale delle Soprintendenze.

Partiamo da un presupposto base, che ai piani alti del MiBACT sfugge: il boom di Civita di Bagnoregio (e via discorrendo) non è dato da internet, ma dal fatto che prima non la conoscesse nessuno. Com’è possibile che prima non la conoscesse nessuno? Come mai un post o un articolo dal “basso” può produrre risultati migliori di quelli di un Ministero pagato per fare (anche) quello, o, ancora, di un’amministrazione locale?

E qui sta il punto. Serve pianificazione, collaborazione, competenza. A noi sembra che manchino tutte e tre.

La pianificazione non c’è: azioni come quella di dare in comodato gratuito beni dello Stato perché siano valorizzati e resi utili a livello turistico è pur opportuna, ma certo non ottimale, e resta una ammissione di sconfitta: si demanda a privati, che non si parlano tra loro, l’organizzazione della ricezione turistica sul territorio. E, quando la pianificazione c’è, va nella direzione sbagliata: non ci dilunghiamo ora sull’assurda scissione tra tutela, valorizzazione e ricerca perpetuata dalle Riforme Franceschini, sembra chiaro che dare autonomia e soldi esclusivamente alle strutture più famose non aiuti affatto la valorizzazione del Patrimonio diffuso. Non è un caso, infatti, che il Ministro nelle interviste citi come “periferici o poco conosciuti” luoghi come la Reggia di Caserta o Paestum, che tutto sono fuorché poco conosciuti.

Serve poi collaborazione. Nel Piano Strategico per il Turismo questa c’è, soprattutto con i privati. Ma la collaborazione più importante è con le amministrazioni locali e tra amministrazioni locali. In questo senso il caso di Toscana, Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo è emblematico: l’enorme complesso di meravigliosi borghi appenninici funziona oggettivamente male dal punto di vista turistico. Non è un caso che qui si trovino Civita di Bagnoregio o Castelluccio di Norcia, così come una miriade di altri luoghi che, sconosciuti l’anno prima, potrebbero essere invasi dai turisti l’anno dopo a seguito di un semplice post sui Social. Di fronte a un patrimonio storicamente, culturalmente e artisticamente simile, non si è ancora costituita una governance del turismo appenninico condivisa dalle 5 regioni (e oltre, perché no). Il Ministro aveva puntato tutto sulla centralizzazione totale con il Referendum del 4 dicembre scorso, che oltretutto proponeva di demandare la “promozione” allo Stato e la “valorizzazione” alle Regioni (?):  soluzione opinabile, dato che a livello centrale il turismo è gestito molto peggio che in certi esempi periferici (Trentino-Alto Adige, Veneto o Piemonte, ad esempio). Più che annullare le autonomie, basterebbe metterle in condizione di poter lavorare meglio.

E qui si arriva al terzo punto, la competenza. È comodo pensare che dando sgravi fiscali alle imprese o abbassando il costo del lavoro (come si legge nel Piano Strategico del Turismo) si attrarranno più turisti. Ma non è così. Serve competenza, e ovviamente personale in numero adeguato. Quanti comuni italiani, tra quelli dotati di un enorme patrimonio, hanno un archeologo comunale, uno storico dell’arte, un restauratore e via discorrendo? Quanti hanno un addetto alla promozione turistica? E uno solo, in molti casi, non basterebbe. Figure che si occupino di questo tutto l’anno, con continuità e pianificazione sul lungo termine, non assunte per sei mesi mediante servizio civile. Non sarebbe complicato comporre una commissione tecnica ad altissima competenza che si occupi di valorizzare il Patrimonio culturale appenninico, né mettere agli assessorati, o alla dirigenza del Ministero, persone estremamente competenti in materia. Tutto questo non accade, e la colpa non è certo delle amministrazioni, strozzate dal Piano di stabilità e dal blocco del turnover. Ovviamente la scissione tra patrimonio tutelato e patrimonio promosso è a dir poco folle, ma anche qualora questa venisse meno (speriamo che accada presto), la situazione precedente non era certo rosea. Perché serve competenza. Una parola che qui fa paura, ma, in un Paese che ha nel Turismo culturale una delle sue risorse economiche più importanti, è una parola assolutamente necessaria.

Soluzioni proposte da persone del tutto incompetenti in materia, come spostare il David di Michelangelo in periferia o limitare gli accessi alle piazze di Venezia – esempi presi dal dibattito contemporaneo – avranno una sola conseguenza: aggiungere disordine al disordine. E sindaci come quello di Civita di Bagnoregio saranno lasciati ancora soli, costretti ad escogitare soluzioni di emergenza che, una volta divenuta nota, emergenza non è.

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