Restauratori alla mercè del costo zero, 13 anni di attesa per motivi personali

Gli aspiranti restauratori dovranno aspettare ancora, ormai è noto. Il 13 luglio è arrivata, puntuale come un orologio, l’ennesima proroga alla chiusura dei lavori della commissione che dovrebbe decidere i requisiti per poter accedere agli elenchi nazionali dei restauratori, è arrivata il 13 luglio. Un procedimento che sembra non voler dar pace, che iniziò, lo ricordiamo, con l’introduzione dell’art. 182 del Codice dei Beni Culturali, una “disposizione transitoria” emessa ormai tredici anni fa, volta a metter ordine nella varietà dei titoli presenti nel campo del restauro. Ora si arriverà forse a dicembre, e per un riassunto delle puntate precedenti rimandiamo a nostri precedenti articoli. Ma perché questa commissione, in ormai oltre due anni, non ha ancora concluso i lavori? Sono forse degli inetti? Leggendo la nota pubblicata nel sito del MiBACT, non sembra proprio.

Sapevate che tutti i componenti della commissione che dovrebbe decidere il futuro di migliaia di restauratori italiani dovevano partecipare alle sedute a titolo gratuito? Ebbene sì, volontariato come unica via, a tutti i livelli. E così nella nota leggiamo che per sopraggiunti impegni personali molti dei componenti della commissione sono stati sostituiti in itinere. Rallentando i lavori, ovviamente. Imbarazzante, ma soprattutto vergognoso, che professionisti ipertitolati e rispettati debbano concedere gratuitamente il loro tempo al Ministero, occupandosi negli scampoli di tempo della scrittura di requisiti vitali per il futuro di tanti professionisti. Non ci inventiamo nulla, la nota lo dice chiaro e tondo. Ma c’è ovviamente una geniale soluzione: “considerate la necessità e l’urgenza di imprimere una sostanziale accelerazione ai lavori” si ritiene che una commissione con membri pagati… ah no, scusateci, che una “commissione composta da tutti membri operanti a Roma potrebbe più agilmente e con minori oggettivi impedimenti riunirsi ed agire con maggior frequenza”. Siamo arrivati a questo, soluzione peraltro banale, se si vuole agire a costo zero: a una commissione nella quale il luogo di residenza diviene il criterio principale per poterne far parte. Lo stesso criterio di una Pro Loco che deve organizzare la stagione turistica, più o meno.

Non ci spenderemo oltre su questo fatto, che manda nel dimenticatoio qualsiasi tipo di rappresentatività territoriale in un Paese complesso come il nostro. Non ci spenderemo oltre neppure sull’uso del lavoro volontario da parte del MiBACT, che partendo dalle biblioteche dei piccoli comuni finisce per arrivare anche a fondamentali commissioni nazionali. Con questo ultimo provvedimento romanocentrico è probabile che i lavori volgano davvero al termine in qualche mese. Ma l’incompetenze, l’inefficienza, la totale incapacità degli uffici ministeriali di rispettare gli impegni resterà. La nostra rabbia resterà. Il criterio del “solo chi può farlo gratis” elevato a massimo criterio discriminatorio all’interno del Ministero dei Beni Culturali, resterà.

Anni di attesa e di esclusioni dovuti a impegni personali e ritagli di tempo, quelli resteranno. Il ritardo nella promulgazione dell’elenco per collaboratori, ad esempio, ha impedito a coloro che sono stati riconosciuti come tali la successiva partecipazione al concorso per la qualifica di restauratore, che era prevista dal bando. Resterà il limbo in cui sono stati tutti scaraventati e che ha portato tanti enormi disagi, soprattutto per la partecipazione a concorsi, come quello del 2016 per 500 funzionari, che ha visto tagliar fuori diversi potenziali partecipanti.

Senza dubbio c’era il bisogno di una sanatoria per rimediare alla confusionaria molteplicità di corsi di restauro, generata dalla mancanza di collaborazione tra Mibact e Miur, ma di sicuro questa non era la procedura auspicabile. Normative bloccate e rimandate per circa dieci anni, sino all’ultimo concorso del 2015, non hanno fatto che aggiungere altro disordine a una situazione di per sé problematica. Si poteva agire diversamente, senza ripartire da zero costringendo professionisti che avevano ottenuto un titolo legalmente riconosciuto a ottenerlo nuovamente attraverso una procedura decennale, ma sanando quanto successo in passato e costruendo una chiara regolamentazione per il futuro. Tutto ciò avrebbe comportato minor onere per la commissione, che oggi deve esaminare un’enorme documentazione che ricopre un arco temporale davvero molto vasto, data l’implicita retroattività della manovra.  

E ancora, ricordiamolo: l’esito dell’elenco tanto atteso non porterà alla reale conclusione della procedura, molti saranno infatti coloro che dovranno integrare con una prova pratica, di cui ancora si ignorano modalità e tempistiche.

In questa attesa spasmodica, troppi aspetti continuano a non essere chiari e troppe sono le domande lasciate in sospeso dal Mibact, tra cui quelle fondamentali: quale sarà l’effettivo utilizzo dell’elenco e soprattutto, senza un serio investimento (non solo economico) nel settore dei beni culturali per un suo sostanziale miglioramento, quale sarà alla fine il reale impatto di questo elenco sul mercato del lavoro?

Attendiamo la conclusione di questo capitolo, leggendo con amarezza e rabbia la nota MiBACT del 13 luglio, e attendiamo l’inizio del nuovo: che, per evitare che diventi anch’esso così pessimo e caotico, dovremo necessariamente contribuire a scrivere.

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