Ecco come aumentano il Servizio Civile e annichiliscono il lavoro

Pochi giorni fa sono stati pubblicati online bandi per la selezione di 47.529 volontari del Servizio Civile: un numero in sensibile aumento rispetto ai 35.203 dello scorso anno, ancora più significativo se si ricorda che il 2017 si era aperto con un bando per 1000 volontari pagati direttamente dal MiBACT, oltre a migliaia di altri volontari. Quest’anno si arriverà, in totale, oltre i 50 mila (15 mila in più dell’anno scorso), e su Repubblica leggiamo chel’obiettivo del governo è arrivare a 100mila volontari entro il 2020”. C’è di che compiacersi per questo aumento dei numeri? Come immaginerete, purtroppo no e il problema si inserisce nell’insieme di provvedimenti legislativi adottati negli ultimi anni in materia di politiche attive del lavoro e di servizio civile nazionale.

Questo aumento non era imprevedibile, per chi l’anno scorso ha seguito con attenzione il dibattito riguardante la c.d. Riforma del terzo settore (legge delega del 6 giugno 2016, n. 106), dibattito che purtroppo non ha ottenuto sui giornali lo spazio che avrebbe meritato. L’articolo 8 prevedeva, infatti, una delega al Governo per rivedere la disciplina del servizio civile, concretizzatasi con il Decreto legislativo 6 marzo 2017, n. 40, entrato in vigore il 18 aprile scorso, in tempo per la pubblicazione del bando 2017. Si è trattato del culmine di un processo che viene da lontano e che ha moltiplicato le forme di lavoro non riconosciuto, gratuito o sottopagato con qualche rimborso spese, dirottando risorse statali ed europee per le politiche attive del lavoro verso il sostegno a questo sistema perverso.

Dal 2014, infatti, i fondi del progetto europeo Garanzia Giovani, esplicitamente stanziati per contrastare la disoccupazione giovanile, sono in parte utilizzati per finanziare il reclutamento dei volontari del servizio civile. Una bella contraddizione in termini, che svela l’approccio con cui da più parti si guarda al servizio civile, già prima dell’avvio del programma Garanzia Giovani: a fronte dell’elevata disoccupazione giovanile e del perdurante blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione, il giovane può diventare un utile tappabuchi a basso costo per un anno. Non è un caso che negli ultimi anni, e in particolare nel 2017, si siano moltiplicati i bandi per volontari legati al Servizio Civile Nazionale finanziati dagli stessi enti della PA (si pensi al bando del MiBACT già citato all’inizio dell’articolo). Il Decreto legislativo n.40/17 è intervenuto consolidando il Fondo nazionale per il servizio civile e stabilizzando la confluenza in questo fondo di risorse europee, che dovrebbero in larga parte servire a ben altri interventi. Da notare anche come l’articolo 18 del decreto prescrive un pericoloso collegamento del servizio civile con i concorsi pubblici e l’inserimento lavorativo: come incentivare meglio di così l’accettazione da parte dei giovani del lavoro volontario e semi-gratuito in vista della promessa di un’assunzione?

Pensiamo che il problema riguardi innanzitutto lo stesso Servizio Civile Nazionale, snaturato rispetto ai suoi obiettivi originari. Questo, infatti, è stato progressivamente trasformato in una sorta di tirocinio senza possibilità di assunzione e con meno diritti (oltre che retribuzione fissa, 433 euro al mese), un’aberrazione sia del tirocinio, che dovrebbe essere propedeutico a una possibile assunzione, sia del servizio civile, che perde totalmente il suo ruolo sociale e, appunto, civile, divenendo un modo per infilare migliaia di giovani sottopagati a sopperire a questa o quella mancanza.

Il mondo dei beni culturali è ancora una volta il più colpito, territorio di sperimentazione per nuove forme di sfruttamento, dato che le professioni del settore sono recenti, non regolamentate e dunque meno note all’opinione pubblica, ma è evidente che questa politica sta colpendo tutto il mondo del lavoro: nei bandi più recenti troviamo tantissimi enti pubblici, quali il Ministero della Giustizia o quello dell’Interno, per i ruoli più disparati, dagli operatori sociali ai più diversi tipi di apprendistato.

Buon gioco fa Dario Franceschini, Ministro dei Beni Culturali, a sostenere come un mantra che “non è lavoro, è Servizio Civile”, posizione sostenuta ad ogni intervista seguita ai numerosi scandali degli ultimi anni, e al recente question time alla Camera: checché ne dica il Governo, puntando sull’appoggio di giornali amici, il settore dei beni culturali è stato un campo di sperimentazione per nuove forme di lavoro sottopagato, dagli scontrinisti all’utilizzo improprio del servizio civile, fino alla sostituzione del lavoro dei professionisti del settore con volontari non pagati. Passare da forme di sfruttamento più eclatanti a forme più mascherate, come l’impiego dei giovani del servizio civile in ruoli che dovrebbero essere coperti dal personale in ruolo, non cambia la sostanza del problema. Un sistema che in modo endemico, dopo gli esperimenti ad Expo e in tutto il settore dei beni culturali, si sta man mano diffondendo e radicando nell’intero mondo del lavoro italiano.

D’altronde è un mercato del lavoro costruito ad arte: con blocco del turnover e patto di stabilità, spesso per gli enti pubblici, qualsiasi essi siano, attingere a piene mani dai progetti del Servizio Civile è l’unico modo per poter avere personale che gli permetta di offrire i servizi necessari. Personale che, una volta formato, viene lasciato a casa, con un terribile danno collettivo.

Noi non ci stiamo a sentirci dire che in questo momento il mercato del lavoro è così, che non c’è alternativa: voi lo state riducendo così, con studio e attenzione. Il lavoro va pagato, mentre voi pensate troppo spesso di scaricare sul il Servizio Civile le carenze di organico.

Non ci facciamo prendere in giro, ci spiace. Nonostante i vostri articoli celebrativi. Serve subito un ripensamento, un intervento che restituisca il servizio civile alla sua funzione di strumento di impegno civico, di volontariato connesso ad aree di intervento cruciali per lo sviluppo di una società solidale e cooperativa, non più un mezzo per sostituire il lavoro adeguatamente retribuito e tutelato con manodopera a basso costo e senza diritti!

 

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