Ingressi numerati nei centri storici: dal MiBACT, ancora una innovativa proposta suicida!

A Roma, Venezia e Firenze i turisti sono troppi? Forse, ma il problema più grosso è che si concentrano tutti in poche vie, creando intralcio alla vita dei residenti e danni al Patrimonio.

In Italia però i turisti non sono troppi, sono troppo pochi. Nel 2015, gli arrivi internazionali erano 28 milioni meno della Spagna e 34 in meno rispetto alla Francia. Il problema è che aree intere del Paese sono totalmente ignorate dai turisti, come la Calabria, il Molise ma anche vaste aree di Lazio, Toscana e Veneto (per citare le regioni più turistiche d’Italia): la lista potrebbe essere lunghissima.

I turisti si concentrano in pochissime città, e in pochissime vie di quelle città. Perché? le ragioni sono molteplici, ma potremmo citare anzitutto una mancata promozione delle aree periferiche e “secondarie” di quelle città, una totale mancanza di programmazione turistica, una mancanza di risorse umane (segnalata dal World Economic Forum) impiegate nell’accoglienza e nel gestire e regolare i flussi turistici. Insomma, il problema base è che i turisti sono lasciati a sé stessi, e finiscono per andare solo nei luoghi più centrali e conosciuti. Niente di più normale, e cambiare questa situazione è necessario e, senza dubbio, difficile, ma tutt’altro che impossibile.

Non è un caso che l’Italia, il Paese più desiderato al mondo dal turista medio, sia quinto al mondo come arrivi e diciassettesimo come efficienza turistica.


Ma dicevamo, queste masse enormi, incontrollate e non regolate di turisti che invadono Venezia, Roma, Firenze e qualche altra città, richiedono interventi sensati. E dunque quale intervento l’avvocato Franceschini, che in questo momento presiede il Ministero dei Beni e delle attività culturali e del Turismo, avrà mai escogitato? Ingressi numerati, o meglio “contatori d’accesso”, che fissino un  numero massimo di pedoni in una tale area. L’avvocato Franceschini, Ministro, li ha definiti sul Corriere della Sera del 15 aprile 2017 
uno strumento per cominciare a ragionare concretamente”(). La geniale sfolgorante idea è stata ripresa da diverse agenzie di stampa e giornali, e subito è iniziata una campagna, ancora da parte del Corriere della Sera, per iniziare a spiegare quanto fondamentali siano questi accessi numerati, con argomentazioni piuttosto scivolose.

Pensiamo sia evidente a qualsiasi professionista dei beni culturali italiano quanto questa proposta sia a dir poco inadeguata e semplicistica. Ma evidentemente non al Ministro, che infatti è avvocato: proviamo quindi a spiegarglielo, prima che continui a considerarla seriamente. E lo spieghiamo anche a qualche giornalista poco attento.


Partiamo da una banalità rilevante:  in entrambi gli articoli del Corriere, per dare forza alla proposta di Franceschini, si citano esempi internazionali. In realtà se ne cita uno,
Dubrovnik (che sarebbe Ragusa, in Croazia). E basta. Perché le città più turistiche d’Europa e del Mondo, come Parigi, Barcellona, Londra, Istanbul, New York e via dicendo, non hanno mai pensato a un’idea del genere. Saranno tutti stupidi? Forse sì, ma la qualità dei flussi turistici (tranne a Barcellona, che infatti sta cambiando rotta) in quelle città, sembrerebbe dire il contrario.

A Parigi il turista medio visita diversi quartieri e si ferma diversi giorni: a Venezia no. L’unicità dell’esempio citato (Ragusa) è inoltre significativa, si tratta di una città con un grande turismo balneare nella zona e un piccolo centro murato con solo due entrate: la situazione delle vie centrali di Venezia o Roma non è esattamente la stessa.

C’è poi un altro passaggio da smentire in entrambi gli articoli (e in tanti altri usciti di recente su giornali nazionali con un determinato taglio): l’idea che i turisti stiano snaturando i centri storici e facendo chiudere i negozi. Ecco, non è così. Nessun turista giapponese, russo o americano è in grado di far chiudere una trattoria che funziona meravigliosamente da decenni, né una cartoleria. Neppure cento insieme sono in grado di farlo. Chi fa chiudere i negozi storici sono le amministrazioni comunali che deliberatamente decidono di non regolamentare le concessioni o i cambi di attività, permettendo indiscriminatamente ai gestori di aprire negozi su negozi di paccottiglia per turisti al posto delle attività storiche, di vendere cibo spazzatura con menù in inglese per i palati americani e di lasciare senza opposizione alcuna che i servizi per i residenti scompaiano: è proprio il tipo di problema che sta vivendo Barcellona, contro il quale l’attuale sindaca si sta battendo, con una attenta regolamentazione delle nuove concessioni. La colpa di questo disastro non è dei turisti, ma delle amministrazioni che hanno preferito, e preferiscono, puntare a spremerli come arance piuttosto che tutelare il futuro dei residenti e delle città.

Ma andiamo oltre. Franceschini nella sua intervista al Corriere spiega che è necessario intercettare “un turismo sensibile, colto, ricco”: ed ecco che l’accostamento dei tre aggettivi dice molto, l’obiettivo dell’ultima proposta ministeriale non è tutelare i centri storici, ma renderli accessibili solo a pochi turisti ricchi che possano usufruirne più liberamente.

Arriviamo alla proposta. In questo momento i turisti si fermano a Venezia, Roma e Firenze per pochissime notti (spesso una), visitano il centro e fuggono. Perché? Perché non gli vengono spiegate le altre meraviglie che offre la città, perché non gli viene spiegato come raggiungere gli altri centri vicini, perché non esiste una mobilità pensata per il turista, perché non ci sono percorsi organizzati dal comune con Guide qualificate che vadano ad accogliere il turista, perché non c’è un’adeguata valorizzazione del patrimonio culturale diffuso (massacrato da Franceschini a scapito di pochissimi centri su cui si è deciso di puntare), perché i musei spesso non possono permettersi di pagare un responsabile della comunicazione (ma neppure un curatore, dato che sudano per riuscire a restare aperti), perché nonostante il turismo in aumento si è deciso di risparmiare su tutto il campo, facendo calare forzatamente gli occupati nel settore preferendo sostituirli con volontari occasionali, e per centinaia di altri motivi. Ottenere un cambio di rotta, e fare in modo che i flussi turistici defluiscano costantemente nei luoghi meno noti (che, a differenza di quello che pensa il Ministro, non sono Palermo o la Reggia di Caserta, noti a livello internazionale a tutti i livelli, ma Spoleto, Benevento o Vicenza), nei borghi e nei quartieri delle città meno frequentati, in modo da alleggerire la pressione turistica su quelle poche vie, si può fare: bisogna programmare, amministrare e investire su segnaletica, mobilità e soprattutto risorse umane.

Che effetto avrebbe invece la proposta ministeriale? Calare drasticamente il numero di turisti. E basta. E creare spazi pubblici a numero chiuso.

Pensare che un turista americano decida di visitare i Musei (chiusi!) dell’EUR solo perché deve aspettare un’ora e mezza per entrare in Piazza Navona è follia, così come pensare che un turista russo decida di spendere 15 euro per andare alla Giudecca solo perché deve aspettare qualche ora per accedere a Piazza San Marco. La loro visita risulterà di qualità più bassa, e basta. E  sarà più difficile che tornino e parlino bene dell’Italia. E continueremo a rincorrere gli altri nel campo dell’efficienza turistica. Vogliamo questo? I giornalisti che spalleggiano il Ministro vogliono questo? Possiamo chiedere all’avvocato Franceschini di sedersi e ascoltare le proposte di chi lavora nelle varie città nel settore turistico, assumere chi bisogna assumere, cambiare ciò che deve cambiare?

O forse Franceschini sta già pensando che quell’accesso numerato possa essere prenotato su internet a pagamento. In quel caso la proposta avrebbe senso, sarebbe suicida per il futuro del Paese, ma avrebbe senso. Si otterrebbe un turismo “sensibile, colto, ricco”.

Ma questa è un’altra storia, una storia di centri storici venduti al miglior offerente e sempre meno proprietà dei cittadini. Una storia di cui, forse, il Ministro dovrebbe iniziare a parlare liberamente, perché sennò continuerà a fare solo la figura dello stupido.

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