A chi servono le giornate FAI di primavera?

Il 25 e 26 marzo tornano le Giornate FAI di Primavera, del Fondo Ambiente Italiano! Oltre 1000 beni culturali italiani saranno visitabili (in larga parte) solo per quei due giorni, per ciò che già si preannuncia un successo, arrivato ormai alla 25esima edizione!

Probabilmente lo sapevate già. Ne hanno parlato infatti La Repubblica, La Stampa, il Corriere della Sera, Il Messaggero, e varie altre testate nazionali oltre a sostanzialmente tutti i giornali locali: ognuno ha dedicato un lungo e dettagliato articolo all’iniziativa, e sicuramente ne dedicherà un altro il 24 marzo, che finirà tra le notizie più in vista. Le giornate sono state esaltate da Gentiloni, Franceschini e Mattarella come meraviglioso modello da imitare, e saranno seguite dalla Rai. Non esiste nessun altro evento riguardante i beni culturali che venga così tanto pubblicizzato, e stupisce ancor di più essendo un evento non pubblico, ma organizzato da un ente terzo.

Ma sia chiaro, non c’è niente di male in tutti quegli articoli, anzi: è bello che un’iniziativa del genere, che rende fruibili alla collettività per due giorni più di 1000 siti culturali, sia ben divulgata sui giornali. Stupisce invece, un poco, il tono trionfalistico e celebrativo di ognuno degli articoli a riguardo: è curioso che si celebrino due giorni di apertura, e non si faccia la benché minima analisi sui restanti 363 giorni (o poco meno) di chiusura; è curioso che si dia come meraviglioso il fatto che i cittadini italiani non abbiano altra scelta, per visitare quei luoghi (spesso affatto secondari, ma ricchi di Storia e Arte), che quella di andarci in quei soli due giorni, accolti da cittadini autodidatti, studenti o neolaureati che dedicano a quei monumenti scampoli di tempo, arrabattati nel ruolo, professori universitari più o meno esperti dell’argomento (le varianti abbondano, nella nostra esperienza) che più o meno a braccio creano una spiegazione da offrire ai visitatori; è curioso il fatto che l’apertura di 1000 luoghi per due giorni appaia più rilevante delle migliaia di luoghi ancora chiusi o in degrado; è curioso che nessuno ponga la benché minima perplessità riguardo all’apertura di certi siti culturali ai soli iscritti FAI, e non all’intera cittadinanza come da Costituzione.

Insomma, un po’ di cose curiose. Magari molti di quei siti chiusi, abbandonati e lasciati all’incuria, se potessero restare aperti tutto l’anno porterebbero flussi turistici maggiori e soprattutto continuativi, aiutandoci a superare il gap che ci divide da altri paesi; magari quei luoghi sarebbero molto più conosciuti e interiorizzati dalla cittadinanza, magari calerebbe il numero di Italiani che non ha mai visitato un monumento nel corso dell’anno, magari quegli stessi luoghi potrebbero essere studiati e conosciuti, con le più moderne tecnologie e approcci alla ricerca storico-artistica, archeologica o antropologica contemporanea. Magari. Ma questo non sembra preoccupare i giornalisti nostrani.

Si potrebbe quasi pensare che far funzionare al meglio le Giornate FAI di Primavera serva a qualcuno, che il tono trionfalistico sia forse utilizzato per far sembrare il modello del FAI come un modello vincente ed applicabile in tutto il mondo dei beni culturali. Un modello fatto di pochissimi professionisti, chiamati solo “quando proprio servono”, e centinaia di volontari che fanno ciò che si può: tanto, o così, o quel sito non lo potrai vedere mai. Modello utile, sì, ma non trovate che sia come esultare di fronte a un tumore diagnosticato ma non curabile per mancanza di risorse?

Sia chiaro, il FAI funziona. Funziona meravigliosamente. Forse bisognerebbe chiedersi perché, forse bisognerebbe notare che il successo del FAI è costruito sulle mancanze altrui. Ha introiti importanti, e contribuisce moltissimo a rendere fruibile il patrimonio culturale italiano. Il FAI riceve milioni di donazioni ogni anno, e il perché è semplice: si ha la sensazione, spesso ben riposta, che il FAI possa contribuire alla valorizzazione e alla tutela di un bene culturale meglio di come farebbe lo Stato italiano.

Ma, permetteteci sommessamente di dire, questa è una cosa di cui potrebbe andare fiero il FAI, e giustamente. Non un qualsiasi giornalista italiano. Perché il FAI deve preoccuparsi dei suoi numeri, non delle statistiche ISTAT sull’analfabetismo funzionale, sulla disoccupazione o sui flussi turistici internazionali. Perché se uno Stato è così inadempiente e malfunzionante da farsi superare da un’associazione di volontariato, non c’è nulla di cui andare allegri, è una tragedia. Una tragedia perché tutti gli introiti dei beni dati in concessione al FAI sono introiti che avrebbero potuto entrare nelle casse pubbliche, e non nelle casse di un ente terzo, se si fosse investito; una tragedia perché il servizio che si offre mediante volontari non è assolutamente paragonabile a ciò che si potrebbe offrire con una pianificazione oculata, accostando organicamente professionisti pagati e volontari; una tragedia perché per 363 giorni all’anno migliaia di beni culturali italiani non sono fruibili, e altre migliaia non lo sono mai. Gli italiani non leggono libri, non visitano musei, parchi, siti archeologici, monumenti. E il fatto che molti di questi siano fruibili due giorni all’anno con spiegazioni alla buona e nessuna ricerca o tutela continuativa, senza pianificazione territoriale, senza promozione organica, di certo non aiuta.

Come può lo Stato esultare di fronte a beni non restituiti alla comunità, ma solo aperti e visibili alla stessa per due giorni?

Ringraziamo il FAI per ciò che fa, e tutti i suoi volontari (tranne chi di loro consideri i professionisti dei beni culturali inutili e superflui, come il Presidente, ma non accade spesso).

Non ringraziamo il giornalismo celebrativo e privo di analisi.

Le Giornate FAI di Primavera non sono una festa. Sono un cerotto alla buona, pur utile, su una ferita che continua incessantemente a sanguinare. E sarebbe tempo di prenderne coscienza.

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