Cos’è la valorizzazione?

Le vicende di questi giorni, tanti commenti sulla nostra pagina, ci hanno indotto a interrogarci su un tema: cosa intendiamo quando parliamo di “valorizzazione”, applicata al patrimonio culturale?

Ovviamente una risposta non esiste, ma pubblichiamo questo articolo per sottoporre alcune riflessioni, e opinioni. E per mettere in chiaro alcuni punti, a nostro avviso, oggettivi.

Anzitutto, potremmo provare a definire la valorizzazione come l’insieme delle pratiche che aumentano il valore che un dato bene può offrire (nel caso di un bene culturale, che può offrire alla comunità), e lo portano, tramite opportuna gestione e promozione, a dare frutto. Va da sé che, nel caso di un bene culturale, la valorizzazione non sarà solo monetaria, ma può e deve essere anche, appunto, culturale: quindi si considererà “valorizzato” non solo un museo che frutta di più, ma anche un museo che, pur non generando profitto economico (a causa di posizione, entità, ragioni varie), viene sistematicamente frequentato e conosciuto dalla comunità locale, portando i cittadini a interrogarsi sulla propria Storia o cultura. Lo stesso vale con un archivio o una biblioteca, che per essere ben “valorizzati” devono essere anzitutto fruibili,  conosciuti e funzionali alla ricerca e alla produzione di cultura, o alla creazione di una coscienza critica.

Nel definire però cosa si possa considerare “valorizzazione” di un bene culturale e cosa no, si entra ad un certo punto nel campo delle opinioni, basate sull’idea di “patrimonio culturale”.

Per la legge italiana la definizione è questa (art.2, Codice dei beni culturali e del paesaggio 2004):

  1. Il patrimonio culturale e’ costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici.

  2. Sono beni culturali le cose immobili e mobili che, ai sensi degli articoli 10 e 11, presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà.

  3. Sono beni paesaggistici gli immobili e le aree indicati all’articolo 134, costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio, e gli altri beni individuati dalla legge o in base alla legge.

  4. I beni del patrimonio culturale di appartenenza pubblica sono destinati alla fruizione della collettività, compatibilmente con le esigenze di uso istituzionale e sempre che non vi ostino ragioni di tutela.

Si noti che per l’Italia non esiste un bene culturale definito tale perché “bello”, e che i beni culturali sono destinati alla fruizione pubblica (salvo ragioni istituzionali o di tutela). Noi potremmo aggiungere la nostra opinione, ovvero che il patrimonio culturale ha tra i suoi obiettivi quello di preservare la memoria, di creare una coscienza collettiva e di costituire il collante per la creazione di una identità condivisa.

Il bombardamento giornalistico e ideologico ha fatto passare un concetto, in questi anni: se un bene è utilizzato, anche previo pagamento, questo contribuisce alla sua valorizzazione. Davvero è così? Aprire un museo tramite volontari autodidatti privi di competenze, ci si illude sia valorizzazione: affatto, si contribuisce così alla fruibilità (prettamente fisica) del patrimonio, ma il suo “valore”, nonché il significato, verrà svilito.

Ma partiamo dal casus belli: utilizzare un bene culturale come sfondo di una sfilata è valorizzazione? Dipende. Se la sfilata è pensata di concerto con la comunità locale, con e per il bene culturale in questione, e punta strettamente a “valorizzare” l’immagine dello stesso, può anche esserlo. Ma se un privato paga per poter utilizzare un bene culturale come spazio in cui tenere un suo evento privato con fine commerciale, è evidente che il bene culturale non è valorizzato, è “utilizzato”.

Quando Ponte Vecchio è stato chiuso per una festa privata, è stato “usato”, noleggiato.

Far apparire un bene culturale in una campagna fotografica è valorizzazione? Ancora, dipende dalla campagna, dipende dall’immagine del bene che la stessa trasmette. Se fa solo da sfondo a qualcosa che nulla ha a che fare con la storia presente e passata del bene, e se l’utilizzo del bene è ottenuto tramite pagamento, è evidente che il bene è utilizzato, non valorizzato. Anzi l’immagine stessa ne risulterà svilita, banalizzata.

In questo è lampante il caso dei film: certe scene hanno “valorizzato” una piazza, uno scorcio, un luogo, contribuendo a renderlo noto in tutto il mondo e incastonandolo nell’immaginario collettivo (si pensi al bagno nella fontana di Trevi ne “La Dolce Vita” di Fellini, o la corsa nel Louvre in “Band à Part” di Godard, e l’elenco potrebbe essere molto lungo). Ma dipende dal film, dipende dalla scena, dipende dal contenuto artistico e dal contesto immaginifico in cui il bene è posto: non dipende da quanto paga il regista per ottenere il noleggio di quello spazio, di quel sito, di quel monumento, e fare da cornice non costituisce “valorizzazione” a prescindere.

In che modo un evento commerciale potrebbe “valorizzare” un monumento noto in tutto il mondo, quali il Colosseo, Pompei, la Grande Muraglia, l’Acropoli di Atene o la Valle dei Templi? Soprattutto se è un evento totalmente pensato dal privato, che offre una certa cifra per il noleggio del sito? In quei casi il patrimonio culturale è “utilizzato”, ma di certo non valorizzato. Non dal punto di vista immateriale, ma neppure materiale, perché ricordiamoci che i flussi turistici dipendono anche dalla tutela e dalla valorizzazione dell’immagine del patrimonio culturale.

E così una cena privata all’interno di un bene culturale non sarà mai valorizzazione, ma sempre utilizzo.

Un matrimonio non sarà mai valorizzazione, ma sempre utilizzo.

Una gara di rally a Stonehenge non è valorizzazione, ma utilizzo.

Uno spettacolo teatrale recitato in un antico teatro greco, quello sì, è valorizzazione.

Un video musicale, un film, una sfilata, un concerto, dipenderanno sempre da come sono concepiti, studiati, strutturati, nella forma e nei contenuti: ma se un privato può affittare per fini personali un sito patrimonio dell’umanità, pagando, non concordando sul contenuto dell’evento, noi lo diciamo chiaro, non si parli di valorizzazione, ma solo di utilizzo. Perché, banalmente, non aggiunge valore, ma scaraventa il bene in una dimensione puramente ludica, facendo venir meno tutto il resto.

Voi direte: ma se l’evento viene fatto da un’importante azienda, e trasmesso in tutto il mondo, offrirà grande pubblicità ad un sito. Sì, ma ci sono siti già noti a tutti, che non hanno affatto bisogno di pubblicità. E se ciò avvenisse in un sito semi-sconosciuto? Aspettiamo che una grande azienda offra cifre importanti per utilizzare come “set” di un proprio evento un sito semi-sconosciuto, e poi ne possiamo parlare. Oppure possiamo iniziare a ragionare sul fatto che il privato noleggia sempre e solo siti già noti a tutti, per averne un enorme ritorno economico, e rifiuta qualsiasi altra propostaUtilizza siti destinati per legge alla “fruizione della collettività” per il proprio interesse privato. Se vogliamo discutere sul fatto che sia giusto noleggiare pezzi di patrimonio culturale mondiale a un privato in cambio di soldi, discutiamone. Ma partendo da un dato reale: è noleggio, non valorizzazione.

Oppure iniziamo a dire che la “valorizzazione” del patrimonio culturale è anzitutto economica, che la funzione del patrimonio culturale è anzitutto quella di produrre denaro, che il valore identitario e di memoria devono venire meno di fronte a chi può pagare. Ma allora, se Gucci, ma perché no anche Beyoncé o una fiera canina, chiedono per belle cifre di poter utilizzare un meraviglioso memoriale ai caduti o un cimitero monumentale, gli si dovrà dire di sì.

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