Su terremoto e patrimonio culturale, ovvero della scoperta dell’acqua calda.

Curioso come l’Italia domenica scorsa abbia fatto una interessante scoperta.

Una scoperta, un concetto, che è difficile da sintetizzare. Proviamo così: “è brutto quando chiese, monumenti e meravigliosi borghi medievali crollano”. Sì, è parecchio brutto, è brutto perché facevano parte dell’identità collettiva della città o del territorio, è brutto perché vivere in una città con edifici moderni e tutti uguali a sé stessi crea un senso di vuoto che è molto più raramente provato nelle città medievali italiane, è brutto perché le entrate legate al turismo culturale, eliminati borghi e chiese medievali, molto probabilmente crolleranno, dirigendosi in altri territori vicini, ed è brutto per tanti altri motivi, urlati nei social network in questi giorni.

Curioso.

Curioso che di tutto questo ci si sia magicamente resi conto ora, e non si senta più nessuno sostenere che “i musei sono sempre in perdita” o “i monumenti a cosa servono? Non è che se hai una chiesa medievale allora fai i soldi”. Curioso che nessuno sostenga che “in tempi di crisi ci siano altre priorità”, o che i volontari non qualificati siano più che sufficienti a portare avanti il nostro patrimonio.

Abbiamo scoperto che l’ideologia dominante su giornali e nell’opinione pubblica, che relegava la cultura e il patrimonio culturale materiale a più o meno utile orpello aggiuntivo, è una boiata pazzesca.

Abbiamo scoperto l’acqua calda, e ci è servita una tragedia.

Quante ce ne serviranno per capire, borgo per borgo, comune per comune, città per città, che è necessario fare qualcosa per evitare nuovi devastanti drammi economici e culturali collettivi?

Perché l’altra scoperta, strettamente legata alla prima, è forse ancor più sorprendente: abbiamo scoperto che definanziare per anni il patrimonio culturale, trovandosi con personale sempre più insufficiente, totalmente incapace di svolgere tutti i compiti assegnati, con Soprintendenze con pile e pile di pratiche non sbrigate, magazzini pieni di materiali non inventariati e dunque formalmente non noti, una programmazione culturale inesistente, persone a caso poste sistematicamente a fare da tappabuchi, manutenzione ordinaria tagliata in nome dei “grandi eventi o poli turistici”, investimenti mirati al (presunto) guadagno immediato, estromissione dei professionisti del settore, appalti al massimo ribasso…

Insomma tutto ciò che Governo e opinione pubblica hanno avallato negli ultimi 30 o 40 anni, porta a una incredibile sconvolgente conseguenza imprevista: poi il patrimonio culturale crolla, si deteriora, sparisce. E tutti ci si accorge che “è una tragedia per il tessuto sociale ed economico”.

Abbiamo scoperto l’acqua calda.

Ora vediamo di usarla questa scoperta.

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