PARTE I: INVESTIMENTI PER IL RILANCIO DEL SETTORE, UN’UTILE URGENZA

PARTE I: INVESTIMENTI PER IL RILANCIO DEL SETTORE, UN’UTILE URGENZA

Le nostre richieste non possono che cominciare dal chiedere diversificati, maggiori, più mirati e lungimiranti investimenti nel settore dei Beni Culturali. Inutile qui lamentare la deprecabile situazione del settore in Italia, nota ai più e spesso al centro di polemiche: l’intento di questo nostro documento e di questa nostra campagna vuole essere propositivo.

Anzitutto si richiede una battaglia culturale, dal basso come dall’alto, contro luoghi comuni duri a morire presenti da tempo nel nostro Paese, esemplificati dal celebre “con la cultura non si mangia”. Alcuni semplici dati economici infatti smentiscono e ridicolizzano queste posizioni: il turismo  culturale ad esempio è in crescita in tutto il mondo e con esso gli introiti correlati. In tutto questo l’Italia, nonostante sia la Nazione con il maggior numero di siti UNESCO, nonostante l’incredibile offerta di siti e musei, è scivolata al quinto posto mondiale per numero di arrivi internazionali, e all’ottavo per introiti legati al turismo, superata da Paesi che, pur meravigliosi, non possono vantare un patrimonio culturale paragonabile al nostro. Inutile dire che la quantità di ricavi possibili grazie solo al turismo internazionale è enorme, si pensi che la Spagna da questo settore nel 2013 ha ricavato quasi 20 miliardi di dollari (quasi 17 miliardi di euro) di introiti in più dell’Italia. Ancor più amaro è constatare che ogni quattro turisti stranieri che arrivano in Italia, solo uno scende a Sud di Roma, con le inestimabili bellezze del Mezzogiorno italiano che restano sconosciute ai più, e senza contare le conseguenti perdite economiche.

L’esempio del turismo è ovviamente il modo più semplice per evidenziare quanto una politica più lungimirante, pianificata e meglio finanziata nel settore dei Beni Culturali possa portare vantaggi economici al Paese; ma chiaramente il patrimonio culturale è molto di più che un prodotto da vendere. Si tratta di un patrimonio, in larga parte in disuso, che si deve anzitutto tutelare, conoscere, e infine valorizzare per poter essere portatore della memoria e coscienza collettiva.

Gli studenti, e con loro le famiglie, investono tempo e denaro in corsi di laurea, e spesso post laurea, che consentano di svolgere lavori professionali legati al mondo dei Beni Culturali, per poi trovarsi il più delle volte con stipendi miseri, intorno ai 10 mila euro all’anno, e posizioni più che precarie, che inducono molti ad abbandonare la professione per cui si erano preparati o, di converso, ad emigrare all’estero, dove quelle competenze sono meglio pagate. In Italia v’è estremo bisogno di archeologi, storici dell’arte, archivisti, restauratori: la storia del “fate corsi di laurea che il mercato non richiede” nel nostro caso è del tutto falsa; le esigenze di tutela e valorizzazione del patrimonio crescono ogni anno e le nostre competenze sono richieste ma sfruttate e mal pagate, impedendoci così di svolgere al meglio la nostra professione, in modo sereno e proficuo, e, come noto, portando molti giovani italiani ad arricchire in talento e denaro altri Paesi europei, dopo aver studiato per anni nell’Università pubblica italiana.

Vogliamo portare un altro esempio che renda chiara l’urgenza di un cambio di rotta funzionale al rilancio del Paese. Vi sono in Italia migliaia di biblioteche e archivi che devono essere al più presto digitalizzati e resi fruibili a tutti online, non solo per preservarne la distribuzione, ma per fare in modo che il nostro patrimonio culturale sia finalmente conosciuto e noto al territorio e agli Italiani, non solo a pochi specialisti. Un progetto simile richiederebbe un piano di assunzioni ampio e un serio investimento iniziale, ma potrebbe creare anche uno straordinario rilancio occupazionale nel settore, in particolare per quanto riguarda i giovani, oltre ad una migliore conoscenza della storia locale e nazionale, utilizzabile sia per la ricerca accademica, sia per incrementare l’interesse di studiosi anche dall’estero.

Di esempi come questo, nel nostro settore, se ne potrebbero fare a decine; anche il patrimonio archeologico giace in massima parte chiuso in magazzini, non schedato né tanto meno reso fruibile online, per non parlare dei siti archeologici e dei beni paesaggistici che lottano ogni giorno contro il degrado. Urgono, insomma, una serie di provvedimenti che sono anzitutto di tutela, ma anche di valorizzazione, mediante servizi e infrastrutture locali e regionali al servizio non solo del turismo ma anche della coscienza e conoscenza civile.

I professionisti dei Beni Culturali, infatti, si fanno carico di una grande responsabilità, contribuendo con il loro lavoro a creare senso di appartenenza ad una collettività. Qualunque sia il compito di ogni specifico operatore dei Beni Culturali, egli ha come scopo il dar voce o conservare la nostra identità storico-culturale. Come già ricordato, l’opinione comune è quella che la cultura sia esclusivamente materia di interesse dell’industria del turismo: è innegabile che la ricchezza, la varietà e la bellezza delle manifestazioni di cultura del nostro Paese siano attraenti agli occhi degli stranieri e diventino fonte di guadagno, ma la principale potenzialità dei Beni Culturali è ben altra. Essi sono soprattutto importantissimi coagulanti civili.

La cultura agisce su più fronti contemporaneamente, poiché manifestazione di una identità locale che dialoga con un contesto regionale che, a sua volta, non può prescindere da quello nazionale e sovranazionale. È proprio attraverso questo dialogo, avviato dagli operatori dei Beni Culturali, che si può creare un forte senso di coesione sociale.

Le amministrazioni devono quindi implementare i fondi destinati alla tutela e alla valorizzazione dei Beni Culturali non soltanto per rendere più florida l’industria del turismo ma piuttosto per investire nei propri cittadini, per renderli partecipi di una comune identità storico-culturale, per dar loro un senso di appartenenza ad una realtà condivisa a scala locale, nazionale ed internazionale. Chiediamo quindi un maggiore dispendio di energie e denaro nell’affiancare in modo stabile gli operatori dei beni culturali alle Amministrazioni, sostituendo alle  numerosissime, saltuarie e dispendiose consulenze, dei rapporti di collaborazione più stabili, che permetteranno una pianificazione urbana e una gestione del lavoro di tutela e valorizzazione più efficiente ed efficace, con un notevole risparmio economico per la comunità. Esigiamo più attenzione alla didattica, e al potenziale civico che la cultura esercita sui cittadini. Le Amministrazioni si concentrano troppo spesso sull’attrazione che la cultura e il patrimonio locale esercitano sui turisti, penalizzando lo sviluppo di una dialettica virtuosa fra Beni Culturali e territorio. Inoltre, per conciliare guadagno e minimo dispendio di risorse, si ricorre spesso a personale inadeguato alla pianificazione di progetti atti alla valorizzazione, alla manutenzione dei Beni Culturali, allo studio e alla pubblicazione di dati e materiali relativi agli stessi. In questo modo la perdita di informazioni è inevitabile ed il rischio di sacrificare la cultura materiale e immateriale diventa elevatissimo. Solo una costante collaborazione fra Amministrazione e personale qualificato nel settore dei Beni Culturali può evitare tali drammatiche perdite. Lo stesso tipo di collaborazione può inoltre incanalare in modo corretto e propositivo le informazioni circa i Beni Culturali all’estero, creando un turismo veramente consapevole della potenzialità culturale, storica e artistica del nostro Paese.

 Vi sono infine altri provvedimenti da prendersi nell’immediato, che chiediamo con forza. Ogni anno vengono stanziati dall’Unione Europea milioni di euro per la valorizzazione dei territori depressi del nostro Paese, fondi che spesso sono rimandati al mittente in quanto non vengono preparati progetti adeguati per il loro utilizzo. Eppure nei territori le competenze che consentano la spesa di quei fondi esistono, le Università sfornano professionisti preparati e capaci di confrontarsi con contesti internazionali: esigiamo che regioni, province, comuni, inizino una sistematica opera di assunzione di giovani che abbiano la mansione di far fruttare i fondi europei stanziati, mettendo fine a questo folle cortocircuito per cui si lasciano i giovani senza lavoro mentre il patrimonio culturale cade a pezzi perché non si è in grado di impiegare bene le risorse.

Come logico, i fondi europei non possono risolvere tutto, anche a livello nazionale è necessario un nuovo piano di investimenti in particolare con progetti atti alla valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico, mettendo a frutto, con piani di buona occupazione, le capacità e le competenze dei professionisti del settore, giovani e meno giovani. Lo stanziamento di fondi per la tutela e la valorizzazione del proprio patrimonio culturale per le istituzioni che lo richiedano deve essere all’ordine del giorno, ma queste stesse istituzioni devono fornirsi di personale adeguato.

Ci si lamenta spesso in questo Paese della burocrazia, che rallenta l’operatività, e tra i responsabili di questa lentezza vengono spesso additate anche le Soprintendenze: questo è un problema reale, ma la prospettiva con cui viene presentato dai mass media va rovesciata. Le Soprintendenze rallentano la burocrazia perché hanno organici limitati e male concepiti. Un corretto uso dell’archeologia preventiva ad esempio, come noto agli addetti del settore, può velocizzare i lavori per la creazione di opere pubbliche, rendendo noto dove si trovano siti a rischio, ed evitandoli. Nelle Soprintendenze urge un largo piano di assunzioni, affiancando archeologi, restauratori, archivisti, antropologi, storici dell’arte e, non dimentichiamolo, giuristi ed esperti amministratori. Oggi spesso si richiede ad una sola persona di svolgere tutti questi compiti, lasciando alle decisioni del singolo la buona o cattiva gestione, e producendo un sistema lento, attaccabile da infiniti ricorsi, che finiscono per rallentare enormemente lo svolgimento delle pratiche. Ma è d’altronde logico: un bravo custode di museo senza adeguata preparazione non può fare l’archeologo, così come un archeologo non può ricoprire adeguatamente ruoli di giurista e un giurista non può occuparsi di archeologia. La politica del massimo ribasso, che porta all’accumulo di compiti e doveri diversi sulle spalle di poche persone, nel breve così come nel lungo periodo porta perdite economiche, mala gestione del patrimonio, rallentamenti e distanza tra le istituzioni e i cittadini, e in questo caso, forse ancor più grave, tra i cittadini e il proprio patrimonio storico e culturale.

Abbiamo elencato solo alcuni esempi: sono tutte richieste pratiche, urgenti, funzionali al rilancio economico e occupazionale, e alla tutela e valorizzazione del nostro inestimabile patrimonio culturale. Si tratta di investimenti oculati, che chiediamo siano presi in seria considerazione al più presto, anche alla luce della recente approvazione della cosiddetta legge Madia, che riconosce alcune delle nostre professioni.

 

INDICE DELLA PARTE I:

I.I IL NOSTRO PUNTO DI PARTENZA: COS’è LA LEGGE 110/2014? 

I.II TRA PRECARIATO E SFRUTTAMENTO, UN QUADRO DEL SETTORE

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