I.II TRA PRECARIATO E SFRUTTAMENTO, UN QUADRO DEL SETTORE

I.II TRA PRECARIATO E SFRUTTAMENTO, UN QUADRO DEL SETTORE

Come abbiamo già accennato, la questione del riconoscimento dei professionisti dei beni culturali deve essere letta anche e soprattutto alla luce delle condizioni lavorative che si vivono nel settore. Lo sappiamo, la precarietà è un elemento strutturale della società contemporanea, da intendersi non soltanto come definizione dei contratti a tempo determinato e atipici, ma come chiave interpretativa delle relazioni sociali nella loro globalità. Al tempo stesso, il rapporto fra formazione e lavoro vive una relazione sempre più perversa, che mira a mettere a profitto la conoscenza: il mercato del lavoro è orientato in maniera preponderante verso mansioni scarsamente qualificate, mentre l’accesso ai gradi più alti dell’istruzione risulta sempre più elitario e i soggetti in possesso di un’alta formazione sono spesso assorbiti in contesti lavorativi ad alto tasso di precariato e di subalternità.

È il caso delle professioni dei beni culturali e dei laureati del settore: dopo un lungo e costoso percorso di formazione – molto spesso accumulando titoli di dottorato, specializzazione, master – l’accesso alla professione è contrassegnato da elevata incertezza e assenza di tutele, degenerando verso lo sfruttamento. Le figure professionali, dall’archeologo al diagnosta, entrano in un mercato del lavoro che sconta scarsi sbocchi occupazionali, nonostante la ricchezza del patrimonio storico e artistico del nostro Paese. I pesanti tagli subiti dal settore hanno determinato un imbuto, soprattutto per le nuove generazioni, che esclude tante e tanti dalla possibilità di lavorare valorizzando le competenze acquisite. Si è costretti a scegliere fra due alternative entrambe negative: da un lato, abbandonare la prospettiva del lavoro professionale e reinventarsi in altri settori dequalificando la propria formazione; dall’altro, sottoporsi a una trafila infinita di tirocini, esperienze di servizio civile e volontariato, in troppi casi vero e proprio lavoro sottopagato o gratuito con la promessa di accedere alla retribuzione dopo anni di gavetta. È evidente come questa seconda strada, oltre a rappresentare una vergognosa opportunità di sfruttamento del lavoro professionale risparmiando sul costo del lavoro, penalizza sopratutto chi non può permettersi anni senza essere pagato o con compensi miseri.

Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ha delle pesanti responsabilità. La carenza di investimenti nel settore e il blocco del turn over hanno fatto crollare le assunzioni nel settore pubblico, che di fatto sono state sostituite da bandi di tirocinio e di contratti di formazione-lavoro. Il bando per i “500 giovani per la cultura” è un caso particolare e emblematico: viene offerto un rapporto ibrido con il MiBACT, né tirocinio né contratto di lavoro, che ha come primo obiettivo la formazione professionale dei vincitori del bando, ma che nei fatti ha inserito i partecipanti in strutture in sofferenza. Il risultato è stato troppo spesso l’insostenibilità del progetto formativo previsto e l’impiego dei 500 come veri e propri lavoratori con paghe irrisorie per sopperire alle carenze di organico. Oltretutto, da dicembre ad aprile il MiBACT non è stato in grado nemmeno di corrispondere a queste persone l’indennità (inferiore a 500€ mensili) prevista dal bando, confermando tristemente l’hashtag #500schiavi uscito in polemica con questo progetto.

Non è tutto, agli altri bandi dei 150 e dei 130 giovani per la cultura (che rientrano maggiormente dentro la casistica dei tirocini, ma presentano problemi analoghi con il primo bando dei 500), il MiBACT ha fatto ricorso recentemente anche al Servizio Civile Nazionale, come nel caso del Progetto “Archeologia in cammino” predisposto per Roma in occasione del Giubileo della Misericordia. Il problema in questo caso è rappresentato non tanto dallo strumento in sé, ma dalle mansioni che si affidano ai giovani vincitori: reperimento e catalogazione di fotografie attuali e storiche, raccolta della documentazione, redazione delle schede scientifiche sulle caratteristiche storico-artistico-culturali dei beni. Insomma, tutte prestazioni che rientrano nell’attività di ricerca o nel lavoro professionale, per le quali si prevede il pagamento di una misera indennità di 433€ mensili e nessuna garanzia su vitto e alloggio.

Analogamente, il settore conosce l’espansione del volontariato in sostituzione del lavoro adeguatamente retribuito. Il volontariato ha un ruolo importante per il Paese e deve essere senza dubbio valorizzato per la promozione dell’impegno civico e per il contributo che può dare alla fruibilità dei beni culturali, ma diventa uno strumento contro il lavoro nel momento in cui viene utilizzando, anche cavalcando la retorica della mancanza di risorse, per svolgere prestazioni che devono restare di competenza dei professionisti. Siamo, infatti, di fronte a due rischi da scongiurare: o il patrimonio viene affidato a persone che non sono adeguatamente formati per svolgere una mansione di interesso collettivo o il lavoro professionale viene degradato a lavoro gratuito, perché concepito quasi come hobby o perché si prevede un’interminabile accumulazione di esperienza per il curriculum prima di poter essere pagati. Come abbiamo già detto, è una condizione sempre più comune per neo-laureati e giovani professionisti ed è necessario che il Ministero metta la parola fine a questa situazione con un’adeguata regolamentazione del volontariato nel settore e una seria politica occupazionale.

Da questo punto di vista, continua a mancare una programmazione pluriennale delle assunzioni sulle basi del fabbisogno reale. Il concorso per l’assunzione di 500 funzionari è senza dubbio una novità: si torna ad assumere, ma, oltre ai rilevanti problemi che si sono riscontrati nel bando, ma i numeri sono del tutto insufficienti nemmeno per rimpiazzare i pensionamenti dei prossimi anni. O si produce una vera discontinuità oppure il Ministero e il Governo si dovranno assumere la responsabilità di lasciare il nostro patrimonio nell’abbandono perché orfano di quei professionisti che possono garantirne la tutela e, di conseguenza, la fruizione della cittadinanza.

Infine, è opportuno prendere coscienza della condizione lavorativa dei professionisti dei beni culturali che esercitano come lavoratori autonomi con partita IVA. Al pari di altri settore, subiscono bassi compensi e un quadro normativo che non garantisce diritti e tutele (maternità, malattia, sostegno al reddito, ecc.). Il Disegno di Legge sul Lavoro autonomo presentato dal Governo Renzi come collegato alla Legge di Stabilità, una prima occasione per discutere di questi problemi, è di fatto sparito dai radar, bloccato nelle commissioni parlamentari. Allo stato attuale nemmeno quei piccoli avanzamenti contenuti nel Ddl sono diventati realtà. Pretendiamo, per la dignità lavorativa dei professionisti del settore e non solo, che siano affrontati urgentemente i nodi dell’equo compenso, del welfare, dell’equità previdenziale e fiscale e delle tutele per il lavoro autonomo.

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