Perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale

Chi ci segue l’ha percepito da alcuni nostri post e articoli, “Mi Riconosci?” difende l’accesso gratuito alla cultura: una posizione che, almeno nel nostro Paese, è ancora di minoranza, e che anche nella nostra pagina Facebook ha sollevato alcune polemiche. Per questo abbiamo deciso di spiegarvi il perché di questo nostro convincimento: la centralità dei professionisti dei beni culturali si avrà solo quando raggiungeremo la centralità della cultura nella coscienza collettiva, e uno dei modi, forse il più importante, è quello di abbattere tutti gli ostacoli economici per l’accesso ai luoghi di cultura. Volete saperne di più? Non ne siete convinti?

Per definizione il museo è un’istituzione al servizio della collettività, la cui finalità primaria è di preservare e mettere a disposizione dei pubblici il proprio patrimonio artistico. Non si fa solo ed esclusivamente riferimento alla tutela o all’accesso fisico, ma anche alla capacità di essere un’istituzione culturale attiva nella creazione e nella diffusione della conoscenza, garantendo l’accesso indipendentemente dalla condizioni economiche. Le politiche culturali in Italia, purtroppo, procedono in direzioni opposte. Queste dovrebbero garantire un modello di inclusione e democrazia culturale, pari dignità e opportunità di espressione a tutti i cittadini, anche e soprattutto quelli a rischio di esclusione sociale, dunque culturale e formativa.

Il concetto di “democrazia culturale” è emerso ufficialmente in occasione della Conferenza intergovernativa dei ministri europei della cultura promossa dall’Unesco a Helsinki nel 1972. Nelle Raccomandazioni finali della Conferenza, a una concezione elitaria di “democratizzazione (dall’alto verso il basso) di una cultura ereditata dal passato”, veniva infatti contrapposta l’idea di una democrazia culturale da conseguirsi dal basso verso l’alto, sostituendo a un consumo passivo la creatività individuale. Ma ancora prima, nel 1948, nel conosciutissimo articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, stilato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si chiarisce che: “Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

Eppure in Italia si fatica ancora a uscire dalla concezione (del tutto inattuabile, peraltro) secondo la quale i luoghi di cultura debbano finanziarsi ad ogni costo grazie ai biglietti d’ingresso. Una cultura per pochi.

Le politiche tariffarie di Franceschini, fra potenzialità ed evidenti limiti

Lo sappiamo, in molti casi i musei e i siti archeologici garantiscono già delle agevolazioni economiche, ma quasi sempre le fasce orarie di apertura gratuita dei musei (es: il martedì pomeriggio dalle 14 alle 18, oppure l’ultima ora prima della chiusura del museo dalle 17 alle 18) non permettono l’accesso a chi è impegnato in attività lavorative. Nel 2014 il Ministro Franceschini annunciava la sua “rivoluzione” del piano tariffario per i musei statali e dei siti archeologici. Tale decisione è stata dettata dall’intenzione di rendere il sistema tariffario in linea con quanto avviene negli altri paesi dell’Unione Europea.

Questi sono i principali punti contenuti nel decreto ministeriale: la gratuità spetta ai ragazzi sotto i 18 anni d’età (mentre sono previsti degli sconti fino ai 25 anni), e ad alcune categorie come quella degli insegnanti, invece è scomparsa la gratuità per gli over 65. Soluzione che serve allo Stato per racimolare solo un po’ di spiccioli, poiché gli over 65 non rappresentano una grossa fetta dei visitatori museali. Da una ricerca condotta sul pubblico dei musei per fascia d’età si evince che in Italia, anche quando c’era la gratuità sul biglietto di ingresso per gli over 65, la percentuale dei visitatori si aggirava attorno al 10 %. Inoltre, è evidente come tale misura denuncia un’evidente coperta corta: si concede da un lato togliendo dall’altro.

La novità più rilevante, e positiva, portata dal ministro Franceschini, è stata l’iniziativa “Domenica al museo” che prevede l’entrata gratuita ai luoghi della cultura statali ogni prima domenica del mese. L’iniziativa ha registrato grandi numeri, palesando l’interesse della cittadinanza e il potenziale delle politiche tariffarie per implementare l’accesso ai musei statali e i grandi luoghi di interesse culturale. Ad esempio, nelle prime sei edizioni del 2014 il numero degli ingressi gratuiti è stato più di un milione e mezzo, e allo stesso tempo si è visto che solitamente aumentano a ruota anche gli ingressi nei giorni ad accesso non gratuito, in alcuni casi si crea una nuova attenzione e abitudine al Museo. Ma ci chiediamo, data proprio la grande affluenza, in un unico giorno d’apertura, quale sarà stata la qualità delle visite guidate o autonome dei visitatori dopo ore di coda, sale affollate e tempi ristretti? Inoltre, questo sistema finisce per favorire, con alcune eccezioni, la sola frequentazione occasionale dei musei e dei luoghi della cultura. Sono proprio queste giornate eccezionali e sporadiche a tenere lontani i visitatori dagli spazi museali e archeologici, poiché diventano il pretesto per visitarli gratuitamente una volta all’anno invece di frequentarli abitualmente. E perché le porte si sono aperte solo per i musei? Seguendo questo criterio, perché non garantire l’ingresso gratuito anche a teatri, cinema, auditorium ecc?

Per capirne di più: una comparazione su scala internazionale

Quanto costa accedere nei musei statali? L’ingresso alla Galleria degli Uffizi ha un costo di 12,00 euro (ridotto 6,50), un biglietto per visitare le Gallerie dell’Accademia a Venezia costa 15,00 euro (ridotto 12,00), per la Galleria Borghese a Roma si spendono 11,00 euro (esclusa la commissione di servizio per la prenotazione obbligatoria per tutte le tipologie di visitatori che ammonta a 2,00 euro), per comperare un biglietto per i Musei Capitolini si spendono 14,00 euro (ridotto 12,00) e per la Pinacoteca di Brera 10,00 euro (ridotto 7,00). Questo per quanto riguarda alcuni dei musei più importanti. Per quanto riguarda siti o musei piccoli o secondari, c’è confusione e difformità enorme: l’entrata in alcuni splendidi Musei cittadini, regionali o addirittura Nazionali spesso costa meno di alcuni piccoli musei civici (per scelta dell’amministrazione); per edifici storici e siti archeologici succede la stessa cosa, può capitare di entrare gratis o quasi in un sito eccezionale, e di pagare un prezzo eccessivo per visitare una realtà decisamente poco attrattiva: quando la gestione è privata, questa difformità si aggrava ancora di più. In alcuni musei inoltre sono spesso presenti mostre temporanee le quali solitamente hanno un costo aggiuntivo rispetto al biglietto d’ingresso, anche per i visitatori ai quali è normalmente garantita la gratuità; in questi casi peraltro i costi sono aumentati dal 2007 a oggi di circa 3-5 euro.

Ma cosa accade negli altri Paesi? Nei musei statali di New York i visitatori pagano un contributo ad offerta libera, viene suggerita una tariffa, in genere di 20 dollari, ma ogni visitatore è libero di versare quanto ritiene opportuno. Lo stesso accade per i grandi musei della Gran Bretagna, non ci sono casse e non c’è biglietteria, un contenitore invita i visitatori a lasciare una donazione. In Spagna, molti musei hanno una tariffa ridotta per le ultime ore d’apertura ed è previsto l’ingresso gratuito per le famiglie numerose, i disoccupati e i cittadini europei al di sotto dei 26 anni di età. Nei musei indiani e russi la tariffa per i rispettivi cittadini è notevolmente inferiore a quella praticata ai turisti, e questo avviene anche in diverse parti d’Europa. Questa può sembrare una misura discriminatoria, ma si basa sul presupposto che i cittadini già finanzino attraverso le tasse la gestione del patrimonio artistico nazionale, e che il cittadino, a differenza dell’ospite proveniente da un paese differente per motivi di svago, deve essere favorito nella libera fruizione del patrimonio culturale pubblico.

Analizziamo ora quanto avviene in Francia. Diversamente dal nostro Paese il sistema giuridico francese è storicamente incentrato su un potere statale fortemente protagonista nelle scelte di politica culturale, tanto da rappresentare senz’altro il caso più esemplare.  Anche quando si ha un’apertura al privato, lo Stato sorveglia gli atti di costituzione all’interno di un’ottica regolatrice, intervenendo nella creazione delle stesse in maniera decisiva: ne risulta un sistema basato su un rifiuto radicale di uno squilibrio monetario, a differenza di quanto avviene con i siti a gestione privata nel nostro Paese.

Partiamo da un confronto dapprima quantitativo per poi a ritroso andare a ricostruire come questi numeri si siano prodotti: in Italia i musei risultano essere circa 4000, in Francia appena 1900, eppure in Francia il settore culturale arriva a coprire da solo all’incirca il 4% del PIL, contro il 5,4% italiano (a fronte di un numero di musei più che doppio, e dieci patrimoni Unesco in più) e, addirittura, recenti dati indicano che tutti i musei pubblici italiani cumulativamente considerati guadagnano meno del Louvre considerato singolarmente. In Italia poi solo l’1,1% di questo 5,4% viene reinvestito nel settore che lo produce, mentre in Francia i guadagni risultanti sono quasi interamente capitalizzati in cultura, producendo un circolo virtuoso che ha rigenerato in toto il settore, creando nuove offerte lavorative e  rivalutando e promuovendo varie attività connesse.

Tali differenze di risultato non stupiscono se lette alla luce dei sopramenzionati fattori giuridici, istituzionali e amministrativi. Basti pensare che in Italia lo stesso concetto di museo non è ancora stato pacificamente definito. Storicamente, infatti, al museo italiano non è mai stata attribuita la rilevanza istituzionale tangibile nella maggior parte dei paesi europei e i musei hanno tradizionalmente costituito entità formalmente deboli. Anche se oggi il diritto (art. 115, c. 2, Codice beni culturali) spinge verso un cambiamento di ruolo e percezione dei musei, resta comunque aperto il problema della distinzione tra le funzioni di tutela, valorizzazione e gestione dei beni culturali, dai confini incerti e trasversali e di ambigua attribuzione.

Le politiche tariffarie molto avanzate (gratuità per i giovani, anche stranieri, al di sotto dei 26 anni, agevolazioni per categorie a rischio esclusione sociale, ecc.) riflettono una concezione del patrimonio storico e artistico che ne riconosce il fondamentale valore formativo. Abbattere la povertà culturale e formativa passa non soltanto dalla lotta contro la dispersione scolastica e dall’accesso ai luoghi dell’istruzione formale, ma anche dall’abbattimento degli ostacoli socio-economici nell’accesso alla cultura e dalla messa al centro di musei, patrimoni e siti culturali per un progetto culturale rivolto innanzitutto al territorio e alla cittadinanza e non soltanto al turismo intensivo. Si tratta di una visione che oltre a prendere atto dell’urgenza di rilanciare la cultura per contrastare dati allarmanti per il nostro Paese, quali marginalità sociale e analfabetismo di ritorno, punta anche e soprattutto alla promozione di una cittadinanza più consapevole della propria storia e del ruolo della cultura nello sviluppo della società: una persona non abbiente o non proveniente da una situazione socialmente e culturalmente attiva, vedrà nei costi di accesso alla cultura un’insormontabile ostacolo.

Per favorire l’accesso gratuito ai luoghi culturali

Senza la pretesa di proporre una politica organica per abbattere gli ostacoli economici nell’accesso alla cultura, mettiamo in conclusione alcuni punti che possono rappresentare i primi passi verso l’accesso gratuito ai luoghi culturali. Innanzitutto, va detto, a differenza di quanto troppo spesso viene ribadito nel dibattito pubblico, che il biglietto non è e non può essere (salvo i casi di alcuni importanti siti o musei) il mezzo principale con cui mantenere in vita il patrimonio culturale italiano, sia esso storico, culturale, archeologico o artistico. Anzi, gli introiti di biglietteria contano ben poco, sapete il perché? Perché ci sono molti interessi sul patrimonio culturale italiano e molti dei soldi finiscono nelle tasche di società private che lucrano senza reinvestire nulla in cultura. In alcuni casi vere e proprie clientele, che all’interno delle strutture culturali, da nord a sud, da molti anni ormai si accaparrano una grande fetta degli incassi. Per i siti archeologici o i monumenti storici, invece, i costi di manutenzione e tutela superano di netto le più ottimistiche entrate ricavabili dalla vendita dei biglietti d’accesso.

Le entrate che molti luoghi di cultura hanno, all’estero ma anche in Italia (ad esempio il Museo Egizio di Torino), vengono dalla vendita di gadget o libri negli appositi bookshop, di cui pochissimi musei italiani sono dotati, o da bar e ristoranti all’interno dei luoghi di cultura stessi: i cosiddetti “servizi aggiuntivi”, che in realtà sono fondamentali per rendere più piacevole ed esaustiva la visita ad un museo o sito archeologico, permettono di “vendere” cultura senza per questo rendere meno accessibile il patrimonio culturale alla cittadinanza. E allo stesso modo, il turismo culturale (gradito accidente nel caso di musei o siti archeologici gestiti al meglio e aperti alla cittadinanza) produce introiti economici soprattutto fuori dai musei stessi, attraverso bar, ristoranti, alberghi nelle città che ospitano luoghi di cultura di rilievo. La visione del biglietto d’ingresso come fonte di reddito per il Paese è assolutamente parziale e priva di riscontri concreti.

Si dovrebbe cominciare dall’introduzione sistematica (e non limitata ad alcune fasce orarie o in singole giornate campali) dell’accesso gratuito per alcune categorie ad alto rischio di marginalità culturale e sociale (disoccupati, redditi bassi, agevolazioni per le famiglie numerose, ecc.) e per le nuove generazioni (fino a 26 anni come in Francia) e tutti coloro che frequentano percorsi formativi: questo sia per contrastare l’esclusione sia per valorizzare il profilo formativo del patrimonio e della cultura.

Andrebbe aperto un ragionamento sull’introduzione di abbonamenti per l’ingresso ai luoghi del patrimonio culturale che garantisca una consistente riduzione dei costi per l’accesso. Inoltre, un sistema per contribuire alla sostenibilità di un museo o di un sito culturale potrebbe essere quello anglosassone, dove si parte da un’offerta libera con cifre suggerite e, rendendo la cultura “attrattiva” si sviluppa un circuito virtuoso per cui chi può permetterselo finanzia i luoghi di cultura stessi attraverso offerte e acquisti: il British Museum, accessibile gratuitamente, fattura milioni ogni anno grazie al merchandising. Allo stesso modo si deve prendere atto che le istituzioni museali, i siti archeologici, i monumenti e il patrimonio culturale in generale, per svolgere al meglio la loro funzione sociale devono essere adeguatamente finanziati dal bilancio statale e attrarre fondi privati senza che questo comporti la svendita del patrimonio o mere occasioni di lucro.

Dal 1993 la legge Ronchey apre le porte dei musei statali ai privati e una grossa parte dei guadagni passa a loro. In questi anni le società come 24 ORE Cultura, Civita Cultura, Electa, CoopCulture si sono sostituite allo Stato nella gestione di biglietterie ma anche per i servizi di prenotazione, audioguide, cataloghi, ristoranti, sicurezza e personale, con percentuali sugli incassi incredibilmente vantaggiose: oltre l’85% sui servizi aggiuntivi, il 30% sulla biglietteria, il 100% sulla prevendita. Non sarà mica che in Italia non si può garantire la gratuità perché le società che governano anche le biglietterie sono delle vere e proprie lobby?

Di contro, garantire l’accessibilità ai luoghi della cultura significa renderli spazi sicuri, confortevoli e qualitativamente migliori per tutti i potenziali pubblici utenti, garantendo una libera fruizione affinché il museo stesso svolga il suo pieno e consapevole ruolo sociale.

L’idea del “biglietto necessario” è niente più che un orpello ideologico che non aiuta in nessun modo il patrimonio culturale a funzionare né dal punto di vista sociale né economico, e nel mondo molti se ne sono resi conto: vogliamo che i beni culturali diventino servizi pubblici essenziali? E dunque lo diventino, anzitutto essendo accessibili a tutti. Ecco perché difendiamo l’accesso gratuito al patrimonio culturale nazionale.

Per saperne di più:

Testi:
Bollo A., (a cura di) (2008), I pubblici dei musei. Conoscenza e Politiche, Franco Angeli, Milano

Lampis A., Nuovo pubblico per i musei, (2004), in Economia della cultura, anno XIV, n. 4, pp. 587-590

Nomisma (2000), Primo Rapporto Nomisma sull’applicazione della legge Ronchey, Museum Image – Museum Studio, Salone dei Prodotti e dei Servizi dedicati all’arte, Arezzo 25-27 maggio 2001, dattiloscritto

Nomisma (2001), Mercurio e le Muse. Indagine sui comportamenti dei visitatori nei punti vendita dei musei in Italia, Nomisma, Bologna

Solima L. (2008), Individuo, condivisione, connettività: la dimensione polisemica del pubblico della cultura, in De Biase F. (a cura di), “L’arte dello spettatore”, Franco Angeli, Milano.
Siti:
Civita, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.civita.it/centro_studi_gianfranco_imperatori/ricerche_e_indagini

Fondazione Fitzcarraldo, (anni vari), Indagini sul pubblico di mostre e musei consultabili al sito http://www.fitzcarraldo.it/ricerca/pubblici_musei.htm

http://www.tafterjournal.it/2012/03/01/pubblico-e-privato-nella-gestione-museale-italia-e-francia-a-confronto/

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One Comment Add yours

  1. Elena Serafini ha detto:

    questo è uno degli articoli più intelligenti scritti in merito. BRAVI!!!
    Spero che con il tempo l’Italia esca dal suo lungo Medioevo cerebrale per ridarci un po’ disano umanesimo. La vera via per uscire dalla crisi è questa!

    Mi piace

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