Stati generali contro la Riforma Franceschini, visti da noi

 

Il 22 marzo 2016, all’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, si sono tenuti i cosiddetti “Stati generali dell’Archeologia” (da alcuni considerati “dei Beni Culturali” in genere), organizzati da Pietro Guzzo per fare il punto della situazione dopo la Riforma.

Segue un resoconto da parte dei nostri attivisti presenti e qualche nostra considerazione.

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Anzitutto si deve notare il fatto che tra gli interventi se ne registrano solo due (a quanto ci risulta) di non archeologi: noi lo ribadiamo, la positiva autorganizzazione di una singola professione non può dimenticare che per problemi comuni bisogna combattere insieme, lavorando per una convergenza delle diverse categorie professionali e di tutti gli operatori del settore. In ogni caso, in un clima di grande urgenza si è discusso della Riforma Franceschini del MiBACT, individuando nella creazione di una Sovrintendenza unica e di un Istituto Centrale di Archeologia i punti più critici

Una Sovrintendenza Unica pone problemi di personale, di definizione del ruolo di funzionari e dirigenti e nega il principio di territorialità proprio delle Sovrintendenze. Non solo è mancata una massiccia assunzione di personale tecnico che avrebbe dovuto sostenere la Riforma, ma non esiste attualmente un profilo professionale nel quale dirigenti e funzionari sono inquadrati, mettendo a rischio la conferma in ruolo dell’attuale personale. Una Sovrintendenza basata su prefetture e sottoposta al Prefetto stesso, non corrisponde al carattere territoriale che dovrebbe essere proprio delle Sovrintendenze, già viste con diffidenza dalle amministrazioni comunali che ad esse devono far riferimento. La sperimentazione di una Sovrintendenza unica avvenuta in Sicilia fa emergere un ulteriore problema circa le figure dei dirigenti unici, scelti in modo discrezionale ed asserviti al potere politico; in maggioranza architetti, non sono in possesso di adeguati strumenti tecnici per svolgere un ruolo così delicato come quello di tutela, valorizzazione e ricerca, che risultano scollate fra loro. A riforma attuata lo stesso personale non sarà più scelto da un Comitato Tecnico, bensì da quello Dirigenziale e di Bilancio.

L’Istituto Centrale di Archeologia è valutato unanimemente in modo negativo: ancora una volta non fornirà agli studenti una formazione legata alle specifiche dei vari territori, bensì competenze esclusivamente tecniche e, forse, manageriali. Viene quindi meno il cardine del contesto culturale e l’utilità delle attuali Scuole di Specializzazione, i cui allievi potranno al massimo aspirare al ruolo di funzionario. Una proposta in merito è quella di inserire fra i titoli d’accesso all’ICA quello di Specializzazione (cosa che allungherebbe ancor di più gli anni della formazione) e di dare più peso alla formazione piuttosto che all’esperienza nei concorsi pubblici legati alle Sovrintendenze. I Coordinamenti Universitari lamentano infatti l’aver formato tanti giovani che non hanno trovato alcun sbocco professionale e riconoscono, insieme ai rappresentanti delle Sovrintendenze, un mancato accordo tra di loro e tra Mibact e Miur (nonché fra formazione e professione). Si sta attualmente lavorando singolarmente per la creazione di accordi-quadro per automatizzare i tirocini da svolgere all’interno delle Sovrintendenze ma si riconosce la necessità di riformare la Scuole di Specializzazione stesse al fine di preservarle e dare risposta alle esigenze di nuove figure professionali e dirigenziali. Purtroppo nessuna autocritica è stata mossa dai rappresentanti del mondo universitario, corresponsabili della presente situazione dei laureati nelle materie in questione; tanto meno si è messo in discussione il fatto che le Scuole di Specializzazione, particolarità del tutto italiana, non siano ad oggi economicamente accessibili a tutti, così come si è di fatto glissato sule responsabilità delle stesse Soprintendenze nello sfruttamento del volontariato e dei tirocini formativi come lavoro gratuito o semi-tale.

Per quanto riguarda poi il mondo dei professionisti non inseriti nell’amministrazione pubblica, aspre, e nostro avviso esagerate e immotivate, sono state le critiche circa il costituendo Coordinamento Unico degli Archeologi: i promotori del sopracitato Coordinamento (in particolare i rappresentanti delle associazioni professionali) hanno sottolineato come in realtà l’intenzione di crearlo sia stata annunciata pubblicamente prima a Paestum, dunque con largo anticipo, e poi a Firenze, dove è stato redatto un documento (al quale alcune associazioni, fra le quali AssoTecnici e API, non hanno aderito). I firmatari del documento sono stati invece a colloquio presso il Ministro Franceschini: la delegazione in questione, viene detto dall’assemblea, non rappresentava la totalità degli archeologi e se ne contesta l’azione, temendo un suo utilizzo a fini politici. Nonostante le rivalità interne e la pluralità delle voci, spesso in disaccordo, di quanti interessati dalla questione, si auspica un accantonamento momentaneo delle dispute per instaurare un dialogo costruttivo e fruttare il poco margine d’azione ancora esistente per modificare la Riforma Franceschini. Tutto ciò non con un improbabile fronte compatto ma una complessiva rappresentanza delle varie professionalità interessate dalla stessa.

Una soluzione per arginare la Riforma è stata vista nel comprovarne l’incostituzionalità: non si può infatti sperare in una sua applicazione parziale in quanto va a intrecciarsi con la questione dell’uso dei suoli il quale, anche in caso di riforma sospesa, continuerebbe indiscriminato. Si decide di sfruttare al meglio la manifestazione del 7 maggio al fine di rendere nota all’opinione pubblica l’incresciosa situazione. Viene poi, nel pomeriggio, redatto un documento, che denota una volontà di unire mondo universitario e mondo del pubblico impiego, e forse troppo poca attenzione nel voler integrare tutte le realtà dell’archeologia (e ancor meno dei Beni Culturali in genere).

Che dire dopo questa giornata? Che qualcosa di muove. Tardi, terribilmente tardi, dopo anni che si è guardato il disfacimento del patrimonio in silenzio, ma si muove. Speriamo che però si comprenda che la soluzione non è quella di difendere una situazione pregressa, già disastrosa, da un nuovo attacco. Tutti, soprattutto chi siede ai piani più alti ma non solo, dobbiamo fare autocritica, tutti dobbiamo richiedere una svolta radicale nella gestione dei beni culturali italiani, e dobbiamo chiederlo insieme, senza guardare al proprio orticello.

Questo, il 22 marzo, si è visto troppo poco, ma c’è da registrare con interesse la volontà di muoversi.

 

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