I Beni Culturali sono davvero servizi pubblici essenziali per il Governo?

Il settore dei beni culturali è stato vittima per anni di politiche incapaci di comprendere il valore storico, simbolico e anche economico del patrimonio storico-artistico e paesaggistico. Tagli al bilancio del MIBACT e dei trasferimenti pubblici, blocco del turn over, strutture in vistosa carenza di risorse di personale qualificato e con una distribuzione delle risorse umane iniqua e non lungimirante, gestione finanziaria di famose punte di eccellenza contrapposta all’abbandono e all’incuria per la maggioranza dei siti culturali. Si tratta di un quadro fin troppo noto e puntualmente alla ribalta ogni volta che si palesano nuovamente i danni conseguenti a una tutela inadeguata.

LEGGE DI STABILITÀ E DINTORNI

La presentazione del Disegno di Legge di Stabilità 2016 è diventata l’occasione per il Governo di annunciare una svolta di discontinuità: si torna ad investire sulla cultura, per la tutela e la valorizzazione dei beni culturali, punto di forza del nostro Paese. In effetti, la manovra prevede un aumento delle risorse per il settore: +30 milioni per Archivi, Biblioteche e Istituti del Ministero, +15 milioni per Istituti culturali, +20 milioni per i Musei, nuovo fondo da 100 milioni annui per gli interventi di tutela del patrimonio storico-artistico della Nazione; nonché stabilizzazione dell’Art Bonus (al 65%) e potenziamento del Tax Credit per il cinema e l’audiovisivo. Si torna, inoltre, ad assumere, con un concorso straordinario per 500 professionisti del patrimonio culturale. A queste misure, si aggiungono le promesse dello stesso Renzi di affrontare il problema della marginalità sociale e del rischio terrorismo investendo, per ciascun euro speso in sicurezza, un euro in cultura, a partire dal beneficio di 500€ da utilizzare in consumi culturali per i neo-diciottenni.

Ricordate la polemica sullo sciopero dei lavoratori del Colosseo lo scorso settembre? Per non più di tre ore i turisti in visita della Capitale dovettero attendere la riapertura dei cancelli o rivedere la scaletta del proprio itinerario. Questo è stato sufficiente per accendere una discussione, già da tempo strisciante nella classe politica italiana, volta a mettere in discussione le “troppe” libertà sindacali nel settore che andrebbero a discapito della libera fruizione di un bene collettivo come il patrimonio storico-artistico. In poche ore, Franceschini ha portato in Consiglio dei Ministri un Decreto Legge per rendere i beni culturali “servizi pubblici essenziali” e regolare di conseguenza il diritto di sciopero degli operatori. Ma nelle politiche del Governo i Beni Culturali sono davvero valorizzati come servizi pubblici essenziali?

BOCCATE D’OSSIGENO INSUFFICIENTI

Partiamo dagli ultimi provvedimenti, che dovrebbero vedere la luce con l’approvazione della Legge di Stabilità. Senz’altro è positivo il ritorno di investimenti pubblici sul settore, per quanto del tutto insufficienti a compensare i vergognosi tagli che generano gravi conseguenze dai tempi di Berlusconi, Bondi e Tremonti. Così come rappresenta una boccata di ossigeno l’aumento dei fondi per una serie di strutture ministeriali, attualmente in difficoltà cronica e costrette a ricorre a stagisti e tirocinanti come tappabuchi. Tuttavia, analizzando le singole misure restano non poche perplessità sulla visione d’insieme propria del Governo Renzi. Già da più parti è stata criticata la misura dell’Art Bonus, che prevede benefici fiscali sotto la forma di credito d’imposta per chi effettua erogazioni liberali in denaro per il sostegno della cultura: in particolare è stato sottolineato sia il rischio di promuovere la privatizzazione del finanziamento strutturale dei beni culturali, sia la scarsa efficacia della misura nella raccolta delle risorse, con soli 200.000€ raccolti a settembre 2015 (e clamorosi casi limite come i 10€ raccolti a Piacenza o l’1 per mille di quanto previsto a Torino).

Inoltre, le assunzioni straordinarie prospettate dal concorsone MIBACT saranno certamente un passo avanti e un’ottima notizia per coloro che potranno vedere riconosciuta la propria professionalità, ma costituiscono un mero palliativo rispetto alle reali esigenze del sistema. Non risultano nemmeno sufficienti per coprire i pensionamenti da oggi al 1° gennaio 2017, data in cui dovrebbero entrare in vigore. Un segnale di autentica e profonda discontinuità sarebbe procedere con lo sblocco totale del turn over e con un piano straordinario di assunzioni di 1400 lavoratori necessari a coprire le necessità di organico del MIBACT, per consentire di uscire da una situazione di perenne emergenza, e di tornare finalmente a tutelare e valorizzare in modo degno il nostro patrimonio culturale, con positive ricadute economiche. E ancora, per valorizzare realmente un’intera generazione formata attraverso anni di studio e specializzazione e che da tempo è costretta a passare da stage a tirocini (non sempre pagati) per seguire la propria aspirazione.

Desta ancora più perplessità la politica del Governo in materia di accesso alla cultura. Il “bonus” di 500€ ai neo-diciottenni, o ancora peggio le degenerazioni clientelari come l’accesso gratis ai musei per i primi 300 iscritti alla convention della Leopolda, ci sembra rappresentare l’ennesimo spot propagandistico piuttosto che una misura strutturale: l’accesso al patrimonio storico-artistico e ai consumi culturali dovrebbe essere una priorità da affrontare seriamente. per poterli restituire davvero alla cittadinanza e alla fruizione pubblica, seguendo modelli di altri Paesi europei, come la Francia, che prevedono la totale gratuità dell’ingresso a musei e siti culturali, in quanto parte fondamentale della formazione garantita dallo Stato, per le nuove generazioni.

VERSO UN’AUTENTICA VALORIZZAZIONE DELLA CULTURA COME SERVIZIO PUBBLICO ESSENZIALE

In generale, ci piacerebbe reimpostare dalle basi la discussione sui Beni Culturali come “servizi pubblici essenziali” per il Paese. Innanzitutto, è inaccettabile che questo rappresenti un pretesto per smantellare ed attaccare le libertà sindacali degli operatori e dei professionisti del settore, già costretti a fronteggiare una realtà lavorativa complicata dal punto di vista dei compensi, del riconoscimento professionale, dell’accesso ai diritti e alle forme di welfare, troppo spesso in concorrenza con manodopera non qualificata o, addirittura, con il volontariato. Da questo punto di vista, il MIBACT ha le sue responsabilità, dopo aver proposto per anni bandi di tirocinio a figure professionali altamente formate e qualificate: la soluzione primaria per noi resta quella del pieno riconoscimento con requisiti chiari dei professionisti dei Beni Culturali e un rafforzamento del piano straordinario di assunzioni, fondamentale per rispondere alle esigenze del settore e per far uscire migliaia di lavoratori dalla spirale infinita di contratti precari.
Per questo forse è proprio il caso di ribaltare la retorica del Governo:  facciamo veramente in modo che la Cultura diventi un servizio pubblico essenziale promuovendo l’accesso alla cultura e ai musei, abbattendo il costo dei biglietti e degli abbonamenti, rilanciando il diritto allo studio e i canali informali della formazione, finanziando seriamente il sistema con investimenti pubblici, liberando chi lavora nel settore da sfruttamento e precarietà con un piano straordinario di assunzioni.

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